Cistercian Order of the Strict Observance
(Trappists)


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LETTERA CIRCOLARE DEL 2008

SENTO NEL MIO CUORE:
CERCATE IL MIO VOLTO

        

 26 Gennaio 2008

  

Cari Fratelli, Care Sorelle:

 Questa sarà la mia ultima lettera annuale come Abate Generale. Ormai tutti sanno che durante i prossimi Capitoli Generali ho l’intenzione di presentare le mie dimissioni e sono sicuro che saranno accettate.

 Diciotto anni sono trascorsi da quando vi scrivevo per la prima volta. La mia prima lettera circolare fu una specie di autopresentazione, e a questo fine vi aprivo il cuore, mostrandovi quello che c’era in esso: Gesù, Maria, il Vangelo, la Chiesa, la Regola, Cîteaux, l’uomo. La parola menzionata per ultima intendeva essere inclusiva, si riferiva all’uomo e donna. Queste sette parole aprirono la via a una seconda lettera sulla Scuola cistercense della Carità. Entrambe queste lettere erano opera giovanile, appassionate e finalizzate a una testimonianza.

 Oggi, dopo che molte cose sono accadute e sono state vissute, mi sento totalmente lo stesso di prima e insieme abbastanza diverso. Gli anni non passano invano, anche se sempre rimane ciò che è proprio ed essenziale.

 In questa lettera desidero condividere con voi ciò che è rimasto costante nella mia identità monastica e che costituisce ormai una caratteristica della mia identità personale. La mia intenzione è di essere al tempo stesso un testimone, all’interno della tradizione. Vi dico, con parole dei Padri, quello che sto vivendo da quando sono entrato in monastero, e ancora più, da quando mi è stato chiesto un servizio di autorità generale.

 Spero che tutto questo vi serva come riflessione e valutazione davanti allo specchio del Signore. Così come è servito a me scrivervi questa lettera.

  

1. Invito e risposta

 Una delle parole del Signore che è rimasta impressa in me fin dal tempo del noviziato è questa: Cercate me e vivrete (Am 5,4). Forse per questo motivo, sento sempre nel mio cuore: cercate il mio volto (Sal 27,8).

 E questa ricerca non è né vana né vuota, anzi, gode di una promessa di incontro, di compimento: Quando mi cercherete, mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore, ed io mi lascerò trovare (Ger 29,13; Dt 4,29). Una promessa che, come constatiamo, esige una totalità: perché mi cercherete con tutto il cuore. O, con le parole del salmista che con tanta frequenza risuonano nella nostra preghiera:

 

- O Dio, tu sei il mio Dio, te io cerco, di te ha sete la mia anima, verso di te languisce la mia carne come terra arida, disseccata, senza acqua (Sal 63,2).

- Come la cerva anela alle correnti di acqua, così anela la mia anima a di te, mio Dio (Sal 42,2-3).

Ma la cosa più importante non è stato per me lo sforzo della ricerca, ma la gratuità dell’incontro. Difatti: Dio è buono per chi lo cerca (Lam 3,25); di più: Lui stesso cerca noi (Gv 14, 3), anzi, molte volte ci chiede: Chi cerchi? (Gv 20,15).

 La vita monastica di tutti i tempi, e la mia propria vita nutrita in questa grande tradizione, ha compreso se stessa in base al binomio cercare e trovare. Due testi biblici risultano programmatici:

 

- Questi sono coloro che cercano il Signore, coloro che cercano il tuo volto, Dio di Giacobbe (Sal 23,6).

- Nel mio giaciglio ho cercato di notte l’amore dell’anima mia (...) cercherò l’amore dell’anima mia (...) ho trovato l’amore dell’anima mia (Ct 3,1-5).

 San Benedetto, nella sua Regola per i monaci e per le monache, considera la ricerca sincera come uno dei criteri fondamentali del discernimento vocazionale: Si preoccupi di osservare se realmente cerca Dio (RB 58,7). E le caratteristiche che garantiscono l’autenticità della ricerca sono lo zelo per l’opera di Dio, per l’obbedienza e le umiliazioni (obprobria = secondo Basilio, Reg. 6: servizi domestici). In altri termini: dedizione concreta a ciò che fa della vita monastica una vita orientata alla preghiera pura e continua e una scuola del servizio divino nella comunione fraterna. La ricerca concreta di Dio traduce e trasforma il desiderio in una prassi, e in questo modo si manifesta che il desiderio di Dio è autentico.

 Evidentemente, questo presuppone per il novizio/ la novizia, e per tutti noi che stiamo perseverando nel cammino monastico, la certezza di fede che Dio ci ha cercati e continua a cercarci per renderci felici: E poiché tra la folla degli uomini a cui rivolge questo grido, il Signore cerca il suo operaio, di nuovo dice: Chi è l’uomo che vuole la vita e brama di vedere giorni buoni? (Prol.14-15; cf. 27,8-9).

 La nostra Tradizione Cistercense ha sempre considerato che il Cantico dei Cantici è un poema contemplativo e sponsale. Pensano così Bernardo di Chiaravalle, Guglielmo di San Thierry, Gilberto di Hoyland, Giovanni di Ford e Goffredo di Auxerre. Così lo hanno vissuto Lutgarda, Matilde, Gertrude e tantissime altre. Così, lo ho scoperto con il passare del tempo e l’apertura al dono di Dio. E questo vuol dire, appunto: Cercare Dio solo e per lui solo, questo è senz’alcun dubbio avere un volto bellissimo, secondo i due aspetti della sua intenzione (l’oggetto: ciò che si cerca; e la causa: perché si cerca); questo è propria e speciale prerogativa della sposa ... (Bernardo, SC 40,3).

 Il Salmo 23,6 è frequentemente utilizzato dai nostri Padri per identificare i monaci. Questo testo di S. Bernardo sempre parla al mio cuore: «Non stiamo qui tutto il giorno nell’ozio. Sappiamo infatti cosa cerchiamo e chi è colui che ci ha condotto qui: cerchiamo Dio, aspettiamo Dio [...] Ora è il momento di cercare, ora è, nelle nostre mani, il tempo di trovare: «Cercate il Signore finché si fa trovare; invocatelo mentre è vicino» (Is 55,6) [...] «sei buono, o Signore, con l’anima che ti cerca» (Lam 3,25). E se lo sei per chi ti cerca, quanto più lo sarai per chi ti trova! [...] Cercate, fratelli « cercate il Signore e diventate forti, cercate sempre il suo volto (Sal 104,4). «Cercate il Signore e l’anima vostra vivrà» (Sal 68,33) E l’anima mia vivrà per lui, perché è morta al mondo. Chi infatti vive per il mondo, non vive per lui. Cerchiamolo, dunque, con una ricerca perenne, così che quando verrà lui a cercarci possa dire di noi: «Questa è la generazione di chi cerca il Signore, di chi cerca il volto del Dio di Giacobbe» (Sal 23,6) (Bernardo, Diversis 4,1.5).

 Chi ha meditato per molti anni gli scritti dell’Abate di Chiaravalle mi ha insegnato che la sua dottrina si sintetizza in questo: la ricerca reciproca fra Dio e la persona umana creata per amare, quindi la sua dottrina consiste nel narrare una storia di amore. Tutta questa avventura di ricerca amorosa è ben sintetizzata nei sermoni 80-85 sul Cantico, che commentano le parole: Ho cercato l’amore dell’anima mia (Ct 3,1).

 Il programma teorico e pratico della Schola caritatis di Cîteaux si concentra, allo stesso modo, in questa reciproca ricerca d’amore, radicata nell’immagine di Dio e nella somiglianza perduta e recuperata attraverso la conformazione a Cristo. L’esperienza mi ha mostrato che la mia “vita interiore” consiste in questo: attenzione-al Signore e tensione-verso colui che mi cerca e mi ama. Cerco desiderando e trovo amando. Le osservanze monastiche sono al servizio della mia ricerca-incontro e dell’amore reciproco con il Signore, e sono al tempo stesso una loro manifestazione.

 Guglielmo di San Thierry, grande amico del mio amico Bernardo di Chiaravalle, mi ha insegnato a pregare così: Signore, cercherò il tuo volto quando potrò e per quanto tu me ne darai la forza. Signore, sempre scruterò il tuo volto. Signore mio Dio, mia sola speranza, ascoltami! Non sia mai che per la spossatezza io non voglia più cercarti. Che io sempre ti cerchi ardentemente! Dammi fermezza nel seguire le tue tracce, tu che già mi hai dato il desiderio di farlo, e quando più non ne potrò, aumenta il desiderio che mi ha dato. Che sempre io ti ricordi, ti conosca e ti ami ardentemente! O Dio Trinità! Trasformami fino a che io giunga alla pienezza che tu sai e per la quale mi hai creato a tua immagine, così che io ti ricordi fedelmente e sobriamente pensi a te e realmente ti ami al di sopra di ogni cosa (Enigma della Fede, 3,23).

 

2. Ricerca orante

 La preghiera, in tutte le sue forme ed espressioni, è stata per me prioritaria nell’esperienza della ricerca e dell’incontro con Dio in Cristo. San Benedetto è molto chiaro a tale proposito, per questo raccomanda: Prima di ogni cosa ricorda che tutto ciò che di buono imprendi ad eseguire, devi con insistente preghiera chiedere che sia compiuto da Lui (…) e per quello che in noi la natura nostra è incapace a prestare, preghiamo il Signore che si degni di offrirci l’aiuto della sua grazia (RB, Prol. 4,41). E, più sinteticamente: All’Opera di Dio non si anteponga nulla (RB 43,4). Ascoltare volentieri le sante letture. Attendere spesso all’orazione (RB, 4,55-56).

 Mi soffermo un momento nell’esperienza monastica della preghiera in quanto relazione, comunicazione e comunione con Dio.

 Questa esperienza poggia sul nostro essere personale. In quanto persone umane siamo uno in relazione, siamo, quindi, esseri dialogali. La nostra inerente capacità di comunicazione esige una comunione esistenziale. Il nostro bisogno di comunione si sazia solamente nell’unione con l’essere Assoluto: Dio.

 Ma la preghiera non è prevalentemente un’attività psichica o psicologica, è un’attività teologale. La preghiera comincia in Dio e, per grazia sua, continua in noi come interlocutori.

 Quando noi preghiamo in stato di grazia, come amici o spose di Dio, siamo in relazione con Lui mediante la fede viva; vale a dire: una fede vivificata dall’amore o una fede innamorata. Invece, che Dio non voglia!, quando noi preghiamo privi dello stato di grazia o in stato di peccato, per aver rinnegato il Signore, noi preghiamo con fede ma senza amore; vale a dire: una fede morta, in quanto non è vivificata dall’amore.

 Le quattro forme essenziali che configurano la mia e vostra vita orante sono la Celebrazione Eucaristica e la Liturgia delle Ore, la lectio divina e la intentio cordis. In modo speciale, la Liturgia rende esplicito il fine spirituale della nostra vita monastica; mediante la lectio e la preghiera silenziosa e personale, essa si prolunga e interiorizza. In un paio di lettere precedenti vi ho parlato dell’Eucaristia (1994) e della lectio divina (1993). Di conseguenza, dirò ora solamente una breve parola sulla Liturgia delle Ore e la intentio cordis.

  

2.1. La liturgia delle Ore

 Non c’è dubbio che la Liturgia delle Ore costituisce la colonna vertebrale della nostra giornata monastica ed uno dei pilastri della nostra preghiera continua. Per questo motivo, di solito, ad eccezione degli aspiranti e dei novizi, noi cadiamo nell’abitudine rispetto ad essa. È utile, di conseguenza, recuperare periodicamente le motivazioni, così che questo sacrificio di lode e di intercessione si elevi in spirito e verità, in comunione con i fratelli / le sorelle e con Cristo Sommo Sacerdote.

 Il Patriarca San Benedetto, sempre consapevole della nostra debolezza, mi offre due consigli per evitare questa abitudine o la consuetudine meccanica che chiamiamo “routine”.

 Il primo consiglio è ispirato dalla Parola di Dio, ve lo presento in latino: Psallite sapienter (RB 19,4). Le traduzioni del Salmo 47(46), dove ricorrono queste parole, sono di solito molto diverse le une dalle altre; la stessa cosa si constata nelle traduzioni della Regola. Che cosa mi sta o ci sta consigliando l’Abate Benedetto? Mi è stato insegnato, ho appreso e ho insegnato quanto segue:

 

- Salmodiare con riverenza, rispetto e timore di Dio, che è una forma di umiltà e principio di saggezza. Tutto questo ci pone in modo corretto davanti alla presenza di Dio.

- Eseguire ed ordinare tutto con arte (toni, silenzi, letture ...) per essere in pace e contenti nell’Opus Dei. Bisogna discernere gli interventi spontanei secondo la loro utilità in vista della edificazione del prossimo e dell’assemblea orante.

- Gustando e assaporando il senso spirituale (allegorico, tropologico e anagogico) dei salmi che cantiamo, il che non vuol dire fare dell’esegesi durante l’Ufficio, ma lasciare che Cristo si renda presente a noi.

- Anteponendo la gioia del Signore all’ascoltare noi e la nostra propria gioia nel cantare a Lui. Questo ci decentra da noi stessi e ci rende gratuiti.

 C’è anche chi pensa che queste due parole, psallite sapienter, non siano che un’anticipazione di ciò che segue, vale a dire, il secondo consiglio che ci offre San Benedetto: Ut mens nostra concordet voci nostrae (RB 19,7). In queste parole ho trovato sempre un itinerario ascetico-mistico che ha inizio nell’attenzione e termina nella comunione. Sinteticamente:

 

- Prestare attenzione alle parole e prendere coscienza delle tremende verità che diciamo, che il Signore ci fa dire: compresi i salmi imprecatori o di maledizione!

- Prendere sul serio quello che diciamo, così che i salmi si traducano in modo di vivere e plasmino la vita: pregare Dio e mettercela tutta.

- Accordando la propria voce a quella dei fratelli che concelebrano l’Opus Dei, per poter giungere tutti insieme ad avere un cuor solo e un’anima sola: fino ad essere elevati tutti insieme verso la Vita eterna.

- Accordando la nostra alla Voce dell’unico Orante, perché ci sia un solo Orante: questo è il momento in cui si fa un gran silenzio in cielo!

Il testo seguente dell’Abate di Chiaravalle mi aiuta a riassumere quello che sto dicendo e a passare al tema successivo. Notiamo che Bernardo applica sia all’Opus Dei sia alla preghiera privata quello che Benedetto dice della preghiera personale:

 

Circa la reverenza che si richiede nella preghiera, siete stati poco fa esortati dall’autorità della stessa Regola che abbiamo letto al capitolo, a partire dalla quale ho pensato di fare alcune osservazioni sull’orazione. Me la cavo in breve. Non pochi, penso, sperimentano a volte nella preghiera una certa aridità e intontimento dello spirito, al punto che, pregando solo con le labbra, non fanno sufficiente attenzione né a ciò che stanno dicendo né a chi stanno parlando, per la ragione che sono entrati nella preghiera come per abitudine, e con meno riverenza e diligenza di quanto sarebbe conveniente. Ma un fratello che entra nella preghiera, cos’altro dovrebbe pensare se non quello che dice il Profeta: «entrerò in un tabernacolo magnifico, fino alla casa di Dio?» (Sal 41,5). Durante l’orazione dobbiamo infatti assolutamente entrare nella corte celeste, quella corte dove «il re dei re siede su un trono di stelle», con tutto attorno le schiere innumerevoli e ineffabili degli spiriti beati … Con quanto rispetto, allora, con quanto timore, con quanta umiltà non dovrà muoversi verso quel trono un vile ranocchio (vilis ranuncula) che esce d’un tratto dalla sua palude? Con quanto tremore, con quale atteggiamento di supplica, con quanta umiltà, con quanta attenzione e con quanta intensità dello spirito (sollicitus et toto intentus animo) potrà un misero omuncolo stare davanti alla maestà della gloria, alla presenza degli angeli, nell’assemblea e nel popolo dei santi? Per la verità, in tutte le nostre azioni l’animo deve essere molto vigile, ma soprattutto nella preghiera. Infatti, come abbiamo letto nella nostra Regola, anche se in ogni ora e in ogni luogo gli occhi del Signore ci osservano, questo avviene soprattutto nella preghiera. Anche se di fatto egli ci vede sempre, in quel momento siamo noi che ci presentiamo e ci mostriamo a lui, parlando quasi faccia a faccia con Dio. Inoltre, anche se Dio è dovunque, è in cielo che lo dobbiamo pregare, così che il nostro spirito non sia ostacolato né dal tetto della cappella, né dallo spazio atmosferico, e nemmeno dalla densità delle nubi: seguiamo infatti il modello che Cristo stesso ci ha dato, quando ha detto: «Pregherete in questo modo: Padre nostro, che sei nei cieli». (Bernardo, Diversis 25,7-8).

  

2.2. Intentio cordis

 Il primo mistico benedettino, lo stesso San Benedetto!, non è un “teorico” della preghiera personale e privata: da uomo pratico, ci offre piuttosto alcuni orientamenti nati dalla sua esperienza personale e comunitaria. Troviamo tali orientamenti, soprattutto, nel capitolo che la sua Regola dedica all’oratorio del monastero (RB 52). La semplicità del Patriarca, in contrasto con l’artificiosità di così tanti metodi di preghiera moderni, mi ha conquistato il cuore fin dal primo giorno: semplicemente, entri e preghi ... con effusione del cuore (RB 52,4).

 Ciò che San Benedetto suggerisce e insegna riguardo alla preghiera privata e con maggiore raccoglimento, personalmente lo intendo, in comunione con la tradizione cistercense, in chiave di desiderio, affetto e adesione amorosa, animati dalla grazia divina. Questi due testi confermano la mia interpretazione:

 

L’orazione è un’adesione d’amore dell’uomo a Dio; una conversazione familiare, in spirito filiale; l’anima resta nella pace e nella luce, per poter godere di Dio per tutto il tempo che le è permesso (Guglielmo, Lettera d’Oro, 179).

 La preghiera compie entrambi i ministeri, quello della mirra e quello dell’incenso. In primo luogo, raccoglie l’affetto di colui che prega e lo concentra in se stesso. Poi lo effonde e lo espande in Dio. Cosa è più simile all’azione della mirra di questo passaggio all’unione divina? Cosa è più simile all’incenso di questa effusione di affetti divini? (Gilberto di Hoyland, SC 28,7).

 Questa preghiera deve essere frequente e opportuna, vale a dire: assidua e nelle ore convenienti. A questo proposito San Bernardo ci dice, verso la fine della sua vita: Il tempo interamente libero è il più comodo e adatto, specialmente quando la notte impone un profondo silenzio. Allora l’orazione è più libera e più pura. ‘Alzati nella notte, quando cominciano i turni delle sentinelle, effondi come acqua il tuo cuore (effunde sicut aquam cor tuum) davanti al Signore (Lam 2,19). Come sale segreta nella notte l’orazione, alla presenza di Dio solo e dell’angelo che la riceve per presentarla all’altare del cielo! Come gradita e splendida, coronata di verecondo rossore! Come serena e placida, non disturbata da alcun grido o strepito! Come pura e sincera, liberata da ogni polvere di preoccupazioni terrene, non tentata da alcuna lode o adulazione di spettatori estranei! Per questo dunque la sposa, non con minor verecondia che cautela, cercava il segreto del letto e della notte volendo pregare, cioè cercare il Verbo; è, infatti, la stessa cosa. (Bernardo, SC 86,3).

 Notiamo in questo testo di S. Bernardo che la ricerca del Verbo ha luogo soprattutto nella preghiera, per cui pregare e cercare sono la stessa cosa. Sottolineiamo anche l’immagine dell’acqua riversata, che si riferisce all’effusione del cuore o intentio cordis.

 L’insegnamento dell’abate Gilberto di Hoyland è simile a quello dell’Abate di Chiaravalle, vale a dire che le ore della notte facilitano l’effusione del cuore o l’intentio cordis nella preghiera: Nemmeno gli intervalli tra il canto corale delle ore notturne sono per l’ozio. O buon Dio, quest’ora della notte che non conosce tenebra perché questa notte diventa luminosa per illuminarmi nelle mie delizie (Sal 138,11)! Quelle preghiere si fanno in privato, ma non chiedono cose private. Si abbassa la voce, ma lo spirito è più attento (sed mens intensior) e queste preghiere silenziose posseggono una potenza penetrante. Frequentemente una preghiera intensa taglia la voce, e quella che sgorga da un cuore (affectu) puro e ricolmo non ha bisogno di parole per esprimersi. L’unico amore che risuona agli orecchi di Dio, disdegna il brusio delle parole materiali che, benché rianimino il principiante, sono di solito degli ostacoli per chi prega perfettamente (Gilberto di Hoyland, SC 23,3).

 Ricordo che un giorno – quando ero Abate di Azul e stavo spiegando la Costituzione 22 dell’Ordine – un fratello mi mise alla prova chiedendomi: “In poche parole, che cos’è l’intentio cordis?”. Per dissimulare la mia ignoranza presi del tempo per rispondere, consultai un monaco australiano, che mi rinviò alla tradizione. Ecco la mia risposta di ieri e di oggi.

 Le referenze all’intentio cordis che troviamo nelle Collazioni e nelle Istituzioni di Giovanni Cassiano, così come nella Regola di San Benedetto (RB 18,1; 35,17; 48,18; 58,6), ci permettono di concludere che, quando il Patriarca invita a pregare con effusione del cuore, ci sta invitando a pregare con un cuore unificato e teso verso Dio. Stralciando da quanto ho detto: attenzione, slancio e fervore:

 

- Movimento cordiale integrato e fervido verso Dio.

- Effusione intensa di un cuore indiviso e orientato verso Dio.

- Intensa e distesa attenzione interiore verso Dio.

 

È questo, appunto, quello fece la Beata Gabriela Sagheddu il giorno della sua professione monastica: Ti ringrazio con tutta l’effusione dell’anima e nel pronunziare i santi voti mi abbandono interamente a te. (Preghiera scritta per il giorno della sua professione, 31-X-1937). Si tratta, in definitiva, della preghiera pura di un cuore che tenta di vivere una vita pura, che si apre sulla preghiera continua.

 Considerata in questo modo, la intentio cordis risulta sorella gemella del desiderio spirituale, che trova compimento solo nella Vita e nella felicità di Dio. È questo quello che mi insegna San Benedetto e che motiva ogni giorno la mia ricerca: desiderare la vita eterna con ardente brama spirituale (RB 4,46).

 Siamo già arrivati alla conclusione. Alcuni di voi mi hanno chiesto che cosa intendo fare dopo le mie dimissioni. La domanda mi sorprende. La risposta mi sembra evidente: tornare alla comunità della mia professione e continuare a cercare e a trovare il Signore, per la Sua gloria e la nostra felicità!

 Con un abbraccio fraterno in Maria di San Giuseppe

                                                                                   

Bernardo Olivera
Abate Generale OCSO