Ordine Cistercense della Stretta Observancia (Trappisti)
LETTERA CIRCOLARE PER L'ANNO 2005
LA PREGHIERA CHE GESÙ CI HA INSEGNATO
3) Preghiera di Gesù e del discepolo
Roma, 26 gennaio 2005
Cari Fratelli e Sorelle:
Nelle mie numerose visite alle comunità ho parlato frequentemente sull'esperienza della preghiera, intesa come comunicazione con Dio. Fino ad ora non ho ancora scritto una lettera su questa realtà, benché io abbia già scritto sulla lectio divina. Molti e molte giovani me lo hanno chiesto, ed è giunto il momento di farlo.
Forse ricorderete che nella lettera circolare dell'anno scorso vi dicevo che la qualità della vita di comunità dipende dalla qualità della comunicazione. Tanto la comunicazione con Dio che la comunicazione tra di noi consistono in questa duplice realtà: ascolto e silenzio, da un lato; e dall’altro, parola e rispetto. Ora, la nostra comunione con Dio poggia sulla nostra comunicazione con Lui. La lectio divina, l'Opus Dei e la intentio cordis sono le forme abituali in cui si incarna il nostro ascolto-silenzio e la nostra parola-rispetto. È così che noi viviamo abitualmente l'amore contemplativo per Lui, fonte dell'amore cenobitico tra di noi.
I miei due predecessori hanno trattato il tema della preghiera a partire da diverse prospettive. Abbiamo quindi una buona dottrina e sani principi pratici. Presupponendo ciò che è stato detto da loro, e per evitare delle ripetizioni, la presente lettera si concentrerà in un solo tema: la preghiera che Gesù ci ha insegnato.
Tre motivi mi hanno indotto a prendere questa decisione. Primo: il nostro mondo pluriculturale e l'occidente in via di scristianizzazione, ci invitano a “cristianizzare” la nostra vita monastica. Secondo: preghiera e vita sono e devono essere inseparabili, benché noi, professionisti della preghiera, tendiamo abitualmente a separarla dalla vita, sia per un pietismo intimista sia perché viviamo nell’attivismo e senza senso. E il terzo (Il Padre Nostro, preghiera “utopica” [1]), vi risulterà evidente se leggerete questa lettura fino in fondo.
Difatti, la vita cristiana non equivale a vita monastica. Ci sono monaci che non sono cristiani e ci sono cristiani che non sono monaci. La vita monastica esiste in tutte le grandi tradizioni religiose ed è una forma di vita che, come fenomeno storico, è anteriore al cristianesimo. Nel nostro caso specifico, in un contesto cristiano, noi ci identifichiamo come monaci; in un contesto monastico universale, ci identifichiamo come cristiani. Tuttavia, in ogni circostanza, siamo soliti dire: noi siamo monaci e monache cristiani. Sarebbe meglio dire: noi siamo cristiani e cristiane che vivono come monaci e monache. La vita cristiana è essenziale per la nostra vita, la vita monastica è qualcosa che la specifica.
Gesù ha insegnato a pregare ai suoi discepoli, e il suo insegnamento sulla preghiera è stato interamente coerente con la sua vita, con la sua parola e con la sua missione. Egli non ha insegnato delle formule di preghiera, ma ha invece insegnato a vivere pregando e pregare nella vita. Quando Gesù ci ha insegnato a pregare, ci ha consegnato la sua vita orante! Fondamentalmente, Gesù ci ha lasciato la Preghiera Eucaristica come memoriale della sua vita pasquale, e ci ha insegnato a pregare dicendo “Padre Nostro” per affrettare la venuta del Regno di Dio Padre. Tutta la vita di Gesù è stata una continua sollecitudine e passione per impiantare questo Regno divino. Noi preghiamo come viviamo e viviamo come preghiamo.
Il testo del Padre Nostro appare due volte nel Nuovo Testamento, in due diverse versioni. Se noi confrontiamo le versioni di Matteo (6,9-13) e di Luca (11,2-4) ponendole in due colonne parallele, si constatano facilmente le somiglianza e le differenze.
Alcuni esegeti contemporanei ci dicono che la versione di Luca sembra più antica quanto alla lunghezza, ma il testo di Matteo potrebbe essere più vicino all'originale per quanto riguarda la formulazione della parte comune a entrambe versioni. Per risalire al Padre Nostro originale sarebbe necessario mantenere solo le petizioni contenute in Luca, ma secondo la formulazione di Matteo. Ci sono tuttavia altri esegeti che pensano in modo diverso e ritengono che la versione lucana si avvicini di più alle parole uscite dalla bocca di Gesù. Questione soggetta a dibattito e che altri possono discutere.
Una lettura attenta del Padre nostro permette di stabilire una sua duplice strutturazione. La struttura più comune è quella bipartita: una invocazione solenne, seguita da tre (due in Luca) petizioni in riferimento a Dio (petizioni-Tu); e una formula di transizione, seguita da quattro petizioni (tre in Luca) in riferimento agli esseri umani (petizioni-noi). Forse, tuttavia, la struttura concentrica del testo di Matteo è la più interessante. Non è necessario segnalare tutti i criteri letterari e dottrinali, interni ed esterni, su cui poggia. Vediamo come il testo si presenta ai nostri occhi, in una versione più letterale, tenendo conto della forma concentrica dello stesso.
Padre nostro che sei nei cieli
Sia santificato il tuo nome
Venga il tuo Regno
Sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra
Il nostro pane, di cui abbiamo bisogno, dallo a noi oggi
Perdona le nostre offese
Come anche noi perdoniamo a coloro che ci offendono
Non lasciarci cadere in tentazione
Ma liberaci dal Male
Vi sarà facile constatare che, trattandosi di sette petizioni, la quarta è la petizione centrale. Rileviamo, almeno, una particolarità di questa petizione centrale rispetto alle altre: è l'unica che si riferisce a qualcosa di materiale, come è il pane.
Ogni petizione evoca un nome divino. Ad esempio: Santo, Re, Signore, Maestro, Misericordioso, Salvatore. E la petizione del pane, quale nome di Dio evoca? Se noi teniamo conto che nella società giudaica è il padre di famiglia che guadagna e distribuisce il pane ai suoi figli e alle sue figlie, possiamo dire che questa petizione rimanda direttamente al nome di Colui al quale si dirige la preghiera: Padre!
3. Preghiera di Gesù e del discepolo
Il Padre Nostro è la preghiera che Gesù insegna su domanda di uno dei suoi discepoli: Signore, insegnaci a pregare (Lc 11,1). Possiamo dire perfino che è la preghiera che identifica i discepoli e le discepole di Gesù, diversa dalla preghiera che identificava i discepoli di Giovanni il Battista: Voi pregate così (Lc 11,2).
Se questa preghiera identifica i discepoli e le discepole di Gesù, si dovrà dire anche che è per eccellenza la preghiera del Vangelo. Ciò che è centrale nella Buona Novella di Gesù, lo troviamo riassunto nel Padre Nostro: la gratitudine rivolta al Padre, nella speranza della venuta del Suo Regno; la richiesta di ciò che è necessario per vivere e per vivere insieme nel Regno; la grazia del perdono reciproco, fonte di libertà e di liberazione; la speranza, dato che la nostra fede è fondata sulla certezza della vittoria finale di Dio e sulla realizzazione del suo piano salvifico universale.
Difatti, possiamo dire che il Padre Nostro è come una sintesi di tutto il Vangelo, in quanto rende evidenti le caratteristiche più salienti della vita del Maestro: la sua fiducia illimitata e la sua intimità con Dio, che chiama Abba; l'unione indissolubile che ha stabilito fra la sua dedizione per la causa di Dio e la sua dedizione per la causa degli uomini; la proclamazione del Regno di Dio come centro del suo messaggio; il suo sottomettersi senza resistenze e fino all’ultimo alla volontà divina; il suo perdono incondizionato perfino ai nemici più acerrimi; la sua sollecitudine per la totalità dell’umano con la dovuta importanza dell'aspetto materiale delle nostre vite; l’urgenza escatologica che ha caratterizzato la sua persona e la sua missione; la sua lotta contro il male e il superamento della tentazione, grazie all’assistenza del Spirito Santo.
È interessante constatare come la tradizione ecclesiale legata al discepolo Giovanni, il Figlio del tuono, metta in relazione il Padre Nostro con la preghiera “sacerdotale” di Gesù, la notte dell’addio pasquale. La preghiera dei discepoli non può essere diversa dalla preghiera stessa di Gesù. E la preghiera di Gesù, quando è giunta la “sua Ora”, è la stessa preghiera che sintetizzava la sua vita e la sua missione. Forse troviamo qui il primo “commento teologico” della preghiera del Signore. I testi seguenti, utili per nutrire la nostra meditazione, illustrano quello che stiamo dicendo.
-Padre nostro: Gv17:1,5,11,21,24,25
-La santificazione del Nome: Gv17:6,11,12,17,19,26
-Venuta del Regno: Gv17:1,5,10,24
-Sulla terra come in cielo: Gv17:4,5,22
-Non lasciarci cadere nella tentazione: Gv17:12
-Liberaci dal male: Gv17:12,15
-Compimento della volontà divina: Gv17:2,4,6,9,11,12,24
-Il perdono e l’amore: Gv17:23,26
-L’unità come figli dello stesso Dio: Gv17:21,23
E possiamo ancora avanzare un po’ di più. La preghiera che Gesù ci ha insegnato raggiunge il suo vertice nel “memoriale” Egli ci ha lasciato. Il Padre nostro manifesta tutto il suo significato nel contesto dell’Eucaristia in quanto sacrificio di azione di grazie.
-Il Nome del Padre è santificato e il suo Regno è irrevocabilmente realizzato nella croce e nel Messia crocifisso.
-La sua volontà giunge a un compimento definitivo nel consummatum est.
-La petizione perdona le nostre offese, come anche noi perdoniamo … è pienamente confermata nelle parole del Crocifisso: Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno.
-La petizione del pane quotidiano si fa ancora più eloquente nella Comunione eucaristica quando, sotto la specie del “pane spezzato”, noi riceviamo il Corpo di Cristo.
-E la supplica non lasciarci cadere nella tentazione ma liberaci dal male raggiunge la sua massima efficacia nel momento in cui la Chiesa offre al Padre il dono supremo che ci libera da ogni male.
La preghiera inizia con una invocazione solenne: Padre Nostro. Gesù lascia da parte altre denominazioni e titoli divini tipici della cultura religiosa del suo popolo. Il nostro Maestro, quando ci insegna a pregare, mette tutti e ciascuno di noi, senza eccezioni, in posizione di uguaglianza davanti a Dio. Notiamo, inoltre, che si tratta del Padre stesso di Gesù. Si tratta del Padre Suo, mio, tuo e di tutti. Padre Suo, consustanzialmente; Padre nostro, per adozione, in Lui.
Il nostro Dio non è qualcuno di distante e sconosciuto. È Qualcuno che è intimo, gioiosamente incontrato e affettuosamente conosciuto. Chi lo conosce così, sa che è anche Madre per l'azione materna del suo Spirito. Sempre, Egli ci precede e prende l’iniziativa. La fede innamorata ci permette di vederlo agire in ogni cosa, ci fa sapere per esperienza che le nostre vite sono sostenute e vivificate da un Padre onnipotente e Madre misericordiosa. Per questo, noi sappiamo che le nostre preghiere saranno accolte ed esaudite.
Questa invocazione, che supera ogni capacità umana, è possibile grazie all’assistenza del Spirito Santo e alla nostra incorporazione in Cristo. È la realtà più intima e santa del Vangelo, in essa si uniscono visceralmente le esperienze di paternità, filiazione, fraternità universale. La filiazione ci divinizza, la fraternità ci umanizza. Entrambe le esperienze ci permettono di vivere in modo divinamente umano.
Alcune culture contemporanee soffrono per l’assenza della figura paterna; altre, per il soppiantarsi distorto in forme di prepotente “maschilismo”. Senza cercare sublimazioni inconsistenti, miracoli irreali, né vuote compensazioni, l’esperienza insegna che la grazia della preghiera del Padre Nostro porta solitamente con sé tre doni preziosi: la capacità di una azione creativa, l’apertura al rischio audace e la visione della realtà che si apre al futuro. Paradossalmente, quando gli uomini incarnano e vivono questi doni, tipicamente virili, le donne possono essere autenticamente femminili. D’altro lato, l’esperienza filiale è la più radicale delle terapie: essa permette di gustare il senso della vita, in ciò che ha di fiducia, affermazione, superamento e trascendenza.
Vediamo ora le tre petizioni-Tu. Teniamo presente che nell’originale greco i verbi di ogni petizione sono alla voce passiva. Questo ha un significato speciale: il soggetto dell'azione è innanzi tutto Dio stesso. Senza diminuire l’importanza dell’azione di chi prega, è il Padre che ha l’iniziativa, è Lui che santifica il suo proprio Nome, che rende possibile la venuta del suo Regno e instaura la sua Volontà.
La prima petizione dice così: Sia santificato il tuo Nome. La santità di Dio consiste nella sua gloriosa identità comunionale e paterna. Noi gli chiediamo di rivelarla a noi, il che vuol dire: che riunisca i figli e le figlie di Dio dispersi. Noi sappiamo anche che santifichiamo il nome di Dio quando lo lodiamo e lo adoriamo come unico Padre. Più concretamente ancora, quando noi cooperiamo con la sua opera di santificazione nei nostri cuori.
I tre misteri principali della rivelazione e della fede cristiana loro sono: La Santissima Trinità, L’Incarnazione pasquale redentrice e la nostra santificazione divinizzante. Molte volte è più facile per noi credere in ciò non ci tocca direttamente, la constatazione della nostra miseria ci impedisce di credere nell’opera divinizzante di Dio nei nostri cuori. Ma, appunto, il riconoscimento e l’accettazione della nostra miseria sono una condizione per la nostra divinizzazione. La fede in questa verità è fonte di pace e di gioia.
La seconda petizione, Venga il tuo Regno!, è come una esclamazione potente di speranza. Un grido di fede viva, ora, aperto all'abisso del futuro: Rivelati, vinci e salvaci definitivamente! Questo Regno oggetto di desiderio e di anelito è Dio stesso che sta regnando; è la presenza di un Sovrano che offre una infinita misericordia e invita con urgenza alla conversione. Noi sappiamo che se Dio non stabilisce il suo Regno, se Lui stesso non regna, le nostre vite e la nostra missione sono vane.
Il Regno di Dio è stata la ragione del vivere e del morire di Gesù. Il suo progetto era un mondo nuovo in cui noi tutti potessimo essere fratelli e sorelle, figli e figlie di uno stesso Padre divino. La nostra vita monastica cenobitica si pone in continuità con questo progetto. L'esperienza della comunione in comunità di amore è garanzia del Regno futuro. Senza filiazione, senza fraternità noi non siamo nulla.
Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra, diciamo nella terza petizione riferita a Dio. In altre parole: Venga finalmente e definitivamente il tuo Regno! Sia accettato il tuo disegno di salvezza! Che noi possiamo compiere la tua volontà, manifestata nel comandamento dell'amore senza esclusioni, con un cuore libero e filiale !
La volontà di Dio consiste nella nostra salvezza e felicità in Cristo. Ci viene chiesto soltanto di avere gli stessi sentimenti di Colui che disse nell’agonia: sia fatta non la mia volontà ma la tua (Lc. 22,41). L'unione con Gesù Cristo è comunione di amore, cioè: accordo di volontà, in un solo volere e in un solo non volere. Consentire con Lui nell’amore è un bacio che unisce due respiri, due spiriti: chi aderisce in questo modo a Dio forma con lui un singolo spirito (1 Cor.6,17). Questa perfetta armonia di volontà, questa adesione in un solo spirito è un vero matrimonio spirituale, indissolubile e eterno.
L’autorità cristiana è una mediazione della volontà divina; ed anche l’obbedienza monastica è chiamata a manifestarla. Ma, purtroppo, non sempre è così. Ci sono autorità che a volte non sono al servizio della vita e/o moltiplicano grossolanamente gli ordini. D’altro lato, non mancano monaci e monache che si sono rinchiusi nella propria vita e /o hanno confuso l'obbedienza con la richiesta di permessi. Quando questo accade, come siamo lontani dal Cristo Sposo e dell'amore sponsale!
Nel cielo, l’ambito di chi già partecipa della vita divina, il Nome di Dio è santificato, il suo Regno è pienamente giunto, la sua volontà si è compiuta. Noi desideriamo e chiediamo che, allo stesso modo, questo succeda nella terra che noi abitiamo e che ancora geme per i dolori del parto nella speranza della manifestazione gloriosa dei figli e delle figlie di Dio.
Nelle prime tre petizioni ci siamo occupati della causa di Dio, nelle quattro rimanenti imploriamo Dio perché si dia pensiero della nostra causa e in nostro favore. Per questo possiamo parlare di “petizioni-noi”. In queste petizioni il Padre è il protagonista principale e noi siamo i suoi collaboratori: il progetto divino è frustrato senza la collaborazione umana. La realizzazione di ciò che chiediamo comincia oggi, ma si realizzerà pienamente nel futuro. Le petizioni integrano il presente e il futuro: nessun immanentismo né escatologismo!
Giungiamo alla petizione centrale, la quarta: Dona a noi oggi il nostro pane, di cui abbiamo bisogno. È l’unica petizione di qualcosa di materiale a nostro beneficio. Emerge la domanda: che cosa significa il pane nel Padre Nostro?
Il pane è una realtà materiale e simbolica: essendo ciò che è, rimanda a qualcosa d’altro. Il pane, allo stesso modo di altri alimenti fondamentali in altre culture, congiunge in se stesso natura (cereali ed acqua) e cultura (cottura al forno, mensa, famiglia, commensali). Il pane che noi chiediamo a Dio ha la peculiarità di essere il nostro pane, il che vuol dire: il pane che Dio Padre ci dà e che noi facciamo.
Risaliamo alle origini. Dio benedisse i nostri primi progenitori con una benedizione di fecondità e donò loro quasi ogni genere di alimenti. Ma, dopo il peccato originale, il suolo è stato maledetto e deve essere lavorato con sforzo e sudore, soltanto così l'essere umano riesce ad ottenere il suo pane per nutrirsi (Gn.1,28-30; 3,17-19).
È evidente che i nostri corpi si alimentano di pane materiale. Non è così evidente, che anche il nostro spirito ha bisogno di nutrimento. Ricordiamo le parole di Gesù al tentatore, che gli proponeva di trasformare le pietre in pane: non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt.4,3-4). Il primo cibo spirituale che il Dio Padre ci offre è la sua Parola, ma non è l'unico. Il pane che Gesù vuole che noi chiediamo è il suo corpo dato (Lc. 22,19) ... per la remissione dei peccati (Mt.26,28). Il discepolo Giovanni, colui che durante la cena di addio posava il capo sul petto di Gesù, lo aveva capito bene: il pane disceso dal cielo, che ci dà la vita eterna, è Gesù stesso (Jn.6,33-35).
Il pane materiale è dono di Dio e frutto di mani umane: noi lo riceviamo come figli e lo doniamo come padri e madri. Anche lo spirito ha bisogno del pane che è la Parola di Dio e il Corpo di Cristo dati per la nostra salvezza. In due occasioni Gesù ha moltiplicato i pani per nutrire la folla e, quando donò se stesso, si consegnò fino alla consumazione totale. Seguaci di tale Maestro, noi siamo invitati a fare altrettanto: fare in modo che a nessuno manchi pane e Pane. Le nostre comunità monastiche vivono in comunione di amore grazie al Pane della Vita; e, a causa di questo stesso Pane, sono invitate a una solidarietà generosa, così che a nessuno manchi il pane. Quando questo accadrà, molti saranno i beati, perché possono mangiare il pane nel Regno di Dio (Lc.14,15; cf. 13,29).
La quinta petizione dice: Perdona le nostre offese, così come noi perdoniamo a coloro che ci offendono. Dio, in Cristo, ci ha amati per primo; e ci ha amati perdonandoci. Gesù, lacerato sulla croce, chiede al Padre che ci perdoni perché noi non sappiamo, siamo degli ignoranti. Un miserabile ladro, tormentato e moribondo, è il primo ad essere salvato da questo perdono. Chiedere perdono a Dio è la stessa cosa che riconoscersi peccatore.
Per potere chiedere perdono senza ipocrisia, anche noi dobbiamo perdonare coloro che ci offendono. È così che si rompe la spirale della violenza e dell'odio. Il nostro perdono è testimonianza della nostra fede e del nostro amore, grazie ad esso potremo presentarci con fiducia davanti al Padre, nell'ultimo giorno.
Il Patriarca San Benedetto sa per esperienza che soltanto il perdono può ristabilire tra i fratelli la pace, infranta dall'odio e dal rancore, perciò desidera che questa preghiera, soprattutto la petizione del perdono dei peccati e delle offese, sia sempre recitata dal Superiore alla fine degli Uffici di Lodi e di Vespro (RB, 13:12-14).
Nella sesta petizione, imploriamo: Non lasciarci cadere in tentazione. Altrimenti, se non sentiamo l'aiuto del Padre, benché non ci manchi mai questo aiuto, noi cadremmo nella prova e saremmo facilmente tentati. Le tentazioni più infernali sono: l'incredulità, l'indifferenza e la disperazione. Ed anche, qualsiasi tipo di arroganza e ricchezza che si opponga al Regno. Per noi, monaci e monache: la mormorazione, la proprietà privata e ciò che ferisce la comunione. E, soprattutto e per tutti, l'apostasia alla fine dei tempi.
Nella settima e ultima petizione chiediamo: Ma liberaci dal Male. Non si tratta che il Padre ci tolga dal mondo, ma che ci renda estranei al comportamento mondano. E, principalmente, che ci liberi dal Maligno, ora, domani e sempre.
Se vogliamo parafrasare e sintetizzare la preghiera del Signore, possiamo farlo così: Abbà, venga il tuo Regno e riunisci in lui! Perché sei Abbà, ti amiamo e ti proclamiamo Re. Quando tu regnerai, ci sarà pane, perdono e liberazione definitiva per tutti.
Il radicalismo evangelico è qualcosa di utopico e il Padre Nostro lo esprime alla perfezione. Noi Cristiani già da due millenni ripetiamo questa preghiera, eppure: la volontà del Padre non si è compiuta, il suo Regno non viene e il regno del male sembra prevalere ovunque! Che cosa è più utopico che lavorare e procurare pane abbondante per tutti, quando la realtà è che viviamo in un mondo dove un terzo della popolazione muore da fame e un altro terzo non ha il necessario? Che cosa c’è di più utopico che scommettere per il perdono e perdonare per instaurare il Regno di Dio, quando noi viviamo in un mondo dove la giustizia non tiene conto del perdono e molte volte è a servizio della violenza?
Ricordiamo che utopia non equivale a ciò che non esiste o è irrealizzabile. Il senso profondo dell'utopia consiste: nella critica di ciò che esiste e nella proclamazione di un progetto di ciò che potrebbe esistere per la gioia di tutti. Una utopia genuina ispira la capacità inventiva in dimensione prospettica per percepire nell’oggi qualche cosa ancora ignoto, che sta iscritto nel presente, e per orientare verso un futuro migliore. L'utopia autentica sostiene inoltre la speranza per la fiducia che infonde alle forze inventive dello spirito e del cuore umano.
Se tutti gli esseri umani credessimo in Dio e ci comportassimo come figlie e figli suoi, ci sarebbe una fraternità universale, a nessuno mancherebbe il pane materiale e tutti ci rallegreremmo condividendo il Pane spirituale. Se noi cristiani pregassimo e vivessimo come il Signore ci ha insegnato, saremmo più uniti, ci sarebbe più comunione fra le chiese, la religione non sarebbe mai l'oppio del popolo, il mondo intero sarebbe un cenobio e noi saremmo già da oggi i semi di questo mondo nuovo. Chi è capace di sognare, sogni.
Vi confesso, fratelli e sorelle, che continuo a sognare la ri-evangelizzazione della nostra vita monastica. Molte volte mi son domandato: la nostra conversatio e la nostra testimonianza sono “buona novella” per noi, per la Chiesa e per il mondo? Do per scontato che non ci manca fedeltà al carisma dei nostri Padri del Císter, anche se forse abbiamo fin troppe tradizioni cistercensi, ma quello che ci manca è un po’ più di creatività evangelica. Prima di tutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, il resto ci sarà dato in aggiunta. Benché spesso siamo noi che aggiungiamo, e basta!
Nella lettera circolare precedente vi presentavo quattro forme diverse – con la possibilità che fossero in qualche modo complementari – di vivere alcuni aspetti della nostra vita in comunità. Mi interessa ora la forma utopica ed evangelica. Mi limiterò a ricordarla e ad aggiungere qualche parola al riguardo. La mia intenzione è di stimolare l'intuizione e la riflessione.
-Povertà: Se la nostra povertà non ci rende felici non è evangelica, perché non ci fa entrare nel Regno di Dio. Non si tratta di moltiplicare forme di miseria ma di aumentare la misericordia così che la solidarietà sia reale ed efficiente. I beni condivisi in comunità non sono più propri, ma comuni. E quando questi beni comuni vengono condivisi verso l’esterno diventano strumenti di comunione, è proprio in questo che consiste la solidarietà. La comunione dei beni in comunità e la solidarietà con tutti è il nome nuovo della povertà consacrata in un mondo ingiusto e in cui prevale l'esclusione.
-Castità: Gesù ci ha invitato ad amare, non ad essere casti senza fraternità e senza amicizia, cioè, senza fratelli e sorelle, senza amici e amiche. Meno ancora, sotterrando l'amore a causa della verginità. La castità è amore ordinato a servizio dell'integrazione personale e dell’armonia interpersonale e comunitaria. L'amore così inteso è mistico perché conduce e permette di entrare nel cuore del Mistero di Dio Amore.
-Obbedienza: L’obbedienza è ascolto che acconsente alla volontà misericordiosa di Dio. Il monaco o la monaca obbediente cercano di essere in comunione con la volontà divina grazie a una mediazione umana purificata e responsabile. Tuttavia, non è facile discernere ed essere mediatori di questa volontà. Se il nostro servizio di autorità non è al servizio della vita è autoritarismo, dittatura o manipolazione dissimulata protetta da una istituzione che si appella al sacro per fortificare il suo controllo. La filiazione divina e la fraternità sono l'ambito e il contesto di questo ascolto per acconsentire con libertà e pace.
-Comunità: Così come Cristo è sacramento del Padre, allo stesso modo la comunità cristiana è sacramento di Cristo. La comunità non è qualcosa ma qualcuno. Non importa quanti siamo, è decisivo come viviamo. Vivere in comunità significa: aprirsi alla differenza e arricchirsi attraverso di essa per creare comunione. Molti occhi che guardano nella stessa direzione con una visione multiforme e convergente. Separati dal mondo per vivere al profondo del suo cuore e a suo servizio.
-Liturgia: Ciò che rende tale la celebrazione liturgica è il Cristo pasquale fra e in noi. Azione e segno, festa di salvezza e comunione. Buona novella che rompe le forme quando ispira la grazia genuina del Spirito. Luogo di preghiera e contemplazione che giunge al vertice nell’estasi eucaristica verso il Padre comune. Vale più un sospiro di amore di cento salmi formali, benché siano parola di Dio.
-Virtù: Ci sono virtù maschili e femminili, dei giovani e degli anziani, delle persone rozze e delle persone colte. Gesù le ha riunite tutte nel suo cuore e nella sua azione. Tutte ricevono vita dall'amore. Non basta amare, lo zelo buono è amare con passione, con amore ardentissimo. Gesù, mosso dalla compassione, ha sofferto la passione, perché noi potessimo vivere e morire di amore.
L’opera di Dio Padre e la nostra collaborazione ad essa si collocano nel “qui e ora” del tempo presente e nel “non ancora”, aperto al futuro. Il Padre già è all’opera, di qui l'urgenza e l’importanza del momento presente. Ma la sua azione non ha dispiegato ancora tutto il suo potere, che si manifesterà soltanto quando irromperà il Risorto e instaurerà definitivamente il suo Regno. L'utopia cristiana e monastica si pone fra questi due momenti, perciò apre alla speranza futura a partire dal realismo dell’oggi.
Concludo ricordandovi una parola paradigmatica di Papa Giovanni Paolo per il muovo millennio: le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche “scuole di preghiera”, dove l'incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero “invaghimento” del cuore.
[…] Certo alla preghiera sono in particolare chiamati quei fedeli che hanno avuto il dono della vocazione ad una vita di speciale consacrazione: questa li rende, per sua natura, più disponibili all'esperienza contemplativa, ed è importante che essi la coltivino con generoso impegno (Novo Millennio Ineunte 33-34).
Il Padre Nostro, pregato in spirito e verità, è sigillo di identità cristiana, intreccio di preghiera e azione, fonte di evangelizzazione, anticipo di speranza e soglia verso la mistica. Permette di godere e di testimoniare della Buona Novella del Regno e introduce nei misteri del Re.
Con un grande e fraterno abbraccio, in Maria di San Giuseppe,
Bernardo Olivera
Abbate Generale O.C.S.O.
[1] Mentre in italiano il termine utopia, utopico ha un significato negativo (concezione o aspirazione immaginaria, fantastica e irrealizzabile), esso assume in spagnolo, come verrà spiegato più avanti, pag. 7 ss, un significato pienamente positivo, prossimo alla nostra concezione di ideale. La stessa osservazione vale, sebbene in misura diversa, per il termine sognare / sogno (N.d.T.).
Con un abbraccio fraterno, in Maria di San Giuseppe,
Bernardo Olivera
Abate Generale OCSO
Ritorno a : Lettere del'Abate Generale