Ordine Cistercense della Stretta Observancia (Trappisti)


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         ABBAS GENERALIS

           Prot. N 01/AG/034

LETTERA CIRCOLARE PER L'ANNO 2004

 

 

VITA COMUNE IN COMUNITA= DI AMORE

 

1) Prendendo il Vangelo come guida

2) Ascoltando i nostri Padri...

3) ...e il Magistero recente

4) per edificare oggi la Comunione

 

                                                                                                                                            

                                                                                                                                         Roma, 26 gennaio 2004

 

Cari Fratelli e Sorelle

 

Il Signore ci regala un nuovo anno di vita. Continuiamo ad avanzare verso di lui, in mezzo alle gioie e alle sofferenze dell=umanità, in mezzo ai peccati e alle grazie della Chiesa.

 

Desidero scrivervi, questa  volta, sulla vita cenobitica. Grande mistero di comunione in Cristo Risorto per opera dello Spirito. Non pretendo comporre un trattato su questo tema, il nostro Padre Baldovino di Ford lo ha già fatto, in modo insuperabile, ed è stato a mio fianco durante la redazione di questa lettera. Il nostro caro Dom Ambrogio, Abate Generale dal 1973 fino al 1990, ha molte volte scritto e parlato sul tema che ora ci intrattiene, vi raccomando di rileggere: La comunità (Lettera circolare del 1978), Unità della comunità, Silenzio e parola, Dialoghi comunitari (Conferenze al Capitolo Generale delle Badesse del 1975), Unità e relazioni fraterne, Correzione fraterna (Conferenze al Capitolo Generale delle Badesse del 1981), Importanza dell’amore e della carità (Lettera Circolare del 1987) ...

 

Di conseguenza, il mio proposito è molto semplice: offrire alla vostra meditazione alcuni pensieri su questo tema, tratti da ieri, dall’oggi, da sempre.Cioè, tratti dalla Scrittura, dalla Tradizione, dal Magistero e dal momento attuale in cui viviamo. Spero che la mia parola serva come luce e come fuoco, come chiarificazione e motivazione.

 

Vi confesso una mia doppia convinzione: non ci sarà rinnovamento monastico senza uno sforzo serio per crescere nella comunicazione con Dio e con i fratelli / con le sorelle; e, inoltre, il nostro futuro dipenderà dalla qualità della nostra vita comune in comunità di amore.

 

 

1. Prendendo il Vangelo come guida

 

Nessuno segue Gesù privatamente. Coloro che lo seguono sono invitati a incorporarsi nella sua comunità, la comunità di coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 8,21). Bisogna sottolineare che nel Vangelo di Marco la parola discepoli è sempre la plurale, mai al singolare.

 

Attorno a Gesù troviamo dei cerchi comunitari concentrici. Difatti, è facile distinguere così: gli intimi, Pietro, Giacomo e Giovanni; i Dodici, che hanno mangiato e bevuto con Lui (At 10,40); le donne che lo accompagnavano insieme ai Dodici (Lc 8,1-2); il gruppo dei Settanta due (Lc 10,1) e le masse di quanti lo seguivano in modo sporadico o permanente.

 

È facile percepire alcune caratteristiche che identificano questa comunità nella sequela: prima di tutto, dobbiamo dire che la vicinanza della presenza di Gesù è condizione essenziale e costitutiva della comunità: Ne costituì Dodici perché stessero con Lui (Mc 3,13-14). E, lungo i secoli, il Signore ci ripete: separati da me non potete fare nulla (Gv 15,15).

 

L=essere vicini a Gesù permette ai discepoli di vivere in un amore gratuito che crea comunità e comunione. Gesù è molto chiaro a questo riguardo: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv 15,12). E ritorna su questo nella sua preghiera sacerdotale, verso il termine dei suoi giorni mortali: Come tu, Padre, in me ed io in te, anch’essi siano uno in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17,21).

 


 

Inoltre, la comunità si costruisce mediante l=ascolto della Parola, la fede e la conversione al Regno, non per i legami di carne e di sangue

 

- Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5).

-Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre (Mt 12,50).

-Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 8,21).

 

La comunità si costruisce inoltre e si ricostruisce attraverso alcune modalità pratiche molto concrete. Le cinque principali sono le seguenti:

 

-Servizio umile: Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri (Gv 13,14).

-Servizio dell’autorità: Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo (Mt 20,26).

-Servizio di correzione fraterna: Correggilo ... se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello (Mt 18,15).

-Servizio del perdono delle offese: Non ti dico di perdonare fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Mt 18,22)

-Servizio della preghiera comune: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20).

 

Diciamo, infine, che la comunità ha un progetto e una missione comune: Ne costituì Dodici... per mandarli a predicare (Mc 3,14). Chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due (Mc 6,7). Designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a sé (Lc 10,1). E questa missione non è altro che quella stessa di Gesù, cioè: annunciare e vivere il Regno di Dio.

 

Questo è tanto importante da meritare una parola di chiarificazione. Gesù non definisce né spiega mai - fatto curioso - in che cosa consiste il Regno di Dio. Da per scontato che i suoi ascoltatori lo comprendano e perciò ogni spiegazione era superflua. E non solo i suoi ascoltatori lo comprendevano, ma perfino si entusiasmavano per questo annuncio che era per loro una buona novella.

 

Annunciando la vicinanza del Regno di Dio, Gesù voleva dire: Dio sta per regnare. Ossia, per imporre la sua volontà misericordiosa e giusta: difendere efficacemente chi non può difendersi da se stesso (cf. Salmi 45 e 72). Non c=è nulla di strano quindi che la parola di Gesù sul Regno entusiasmasse le masse popolari impoverite (economicamente indigenti, oppresse politicamente e socialmente emarginate). L=unica notizia realmente buona per un povero è che Dio è dalla sua parte e farà qualcosa per lui! Maria di Nazaret, cantando il Magnificat, lo aveva compreso perfettamente.

 

Solo in questo modo, invitando tutti alla conversione e favorendo i poveri, i deboli, quelli che sono fragili, precari, dipendenti ... sarà possibile una fraternità universale accolta nell’abbraccio misericordioso di un solo Dio, Padre di tutti.

 

Il progetto comunitario di Gesù continua nella Chiesa apostolica. La morte e la risurrezione di Cristo riconcilia tutto ciò che è diviso (Col 1,20; Ef 1,10; 2,14-16). Il suo Spirito Santo sarà il principale agente che raduna e crea comunità (At 2,1-36). I doni carismatici e ministeriali dello Spirito sono a suo servizio (1 Co 12-14).

 

La Koinonia (At 2,42-44; 4,32) cuore della comunità, si attualizza e si esprime in:

 

-Comunicazione dei beni (At 2,44-45; 5,1-11; 11.27-30; 2 Co 8-9).

-Ascolto della Parola, preghiera, pasto fraterno (At 2,42).

-Celebrazione della Cena del Signore (At 2,42; 1 Co 11,17-34).

 


 

In sintesi, la comunità dei Dodici e delle donne ha un luogo preponderante durante la vita pubblica di Gesù. Tra queste donne, la Madre di Gesù occupa un posto centrale. E questo sarà il nucleo fondamentale della comunità postpasquale (At 1,12-14).

 

La croce provoca la dispersione della comunità (Lc 24,13 ss.) o il suo occultamento (Gv 20,19), ma il  Risorto torna a convocarla di nuovo (Lc 24,33-35). La sequela di Gesù dopo Pasqua è una impresa comunitaria: la salvezza va di pari passo con l=aggregazione alla comunità (At 2,47).

 

L=obiettivo a cui tende la comunità cristiana -ieri, oggi e sempre- è rendere presente il Regno di Dio: la figliolanza e la fraternità come frutto e attualizzazione del comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo. Per tale finalità, Dio regna: offrendo il suo favore ai poveri e il suo perdono a chi si converte e chiede perdono. Il regno di Dio è totalmente trascendente e, perciò stesso, ha radici profonde nella storia dell’umanità.

 

La spiritualità cristiana, intesa come: forma di vita evangelica sotto al guida dello Spirito, è comunitaria, è centrata nel Dio del Regno e nel Regno di Dio, ed ha come finalità la comunione con Dio (figliolanza) e tra i fratelli (fraternità/sorellanza!)

 

 

2. Ascoltando i nostri Padri ...

 

La finalità della Regola di San Benedetto è istituire una scuola del servizio divino (Prol. 45).Ora, la scuola non è il monastero (che esiste già quando Benedetto redige la sua Regola) ma la Regola che si deve vivere nel monastero. E la finalità della scuola-regola è conservare la carità (Prol 47) o, come dirà San Bernardo con uno spirito più dinamico: aumentare e conservare la carità (Prae 5).

 

E in che modo cresce la carità? Mettendola in pratica, cioè: esercitando gli strumenti dell’arte spirituale (RB 4) e, soprattutto, il buon zelo, con l=amore più ardente (RB 72).

 

Per i nostri Padri Cistercensi, la scuola della Regola è una scuola di Cristo, e in essa si impara l=amore del prossimo, effetto e prova dell’amore di Dio (cf. Bernardo, Div 121). In altri termini, possiamo dire che l=ideale cenobitico consiste in un processo permanente di divinizzazione e socializzazione.

 

Se ci fosse qualche dubbio, l=Abate di Chiaravalle ce lo conferma: Vivi socialmente se ti dedichi ad amare e ad essere amato, se ti mostri sempre dolce ed affabile, se sopporti con somma pazienza le debolezze fisiche e morali dei tuoi fratelli (PP 1,4). Ed è noto che: L=amore di Dio non può maturare se non si alimenta e cresce attraverso l=amore per il prossimo (1 Sent 21) Per socialitatem caritas acquiritur! (la carità si acquisisce mediante la socialità : Div 64,2).

 

Sarebbe molto facile fare una collezione di testi cistercensi che cantano ed elogiano la vita comune nella comunità santa. Non cadrò in questa tentazione. Ma mi lascerò cadere in un=altra. Non so quanti di voi hanno letto e meditato il Trattato XV sulla Vita Cenobitica di Baldovino, Abate di Ford. Vi offro una scheda di testi per stimolare il vostro appetito.

 

-Essenza della carità: Per una specie di istinto segreto, la carità ci fa percepire nell’intimo del nostro cuore ciò che costituisce la sua essenza: amare ed essere amato.

 

-Comunicabilità della carità: L=amore, per un certo istinto sensibile, cerca di comunicare se stesso, di trasmettere il bene che vuole alla persona che ama con piena dilezione, e di condividere e ammettere un compagno per comunicare con lui nel possesso dello stesso bene.

 

-La comunicabilità della carità è duplice:

 


 

-A chi ama, non basta l=amore della comunione (o comunione dei beni) ma che sia presente la comunione di amore (o comunione in se stessa). Perché se desidera che i suoi beni siano comuni, tanto più desidera che lo sia l=amore.

 

-L=amore non può non essere generoso, odia restare solitario, Nell’eccesso della sua prodigalità, come per l=amore della comunione, si sforza di meritare la comunione dell’amore. Quale sarebbe la generosità dell’amore se volesse trattenere i suoi beni solo per sé e non volesse condividerli? O quale sarebbe la consolazione dell’amante, se rimanesse solo ad amare senza essere a sua volta amato? Sta scritto: guai a chi è solo!

 

-La carità pone a servizio del bene comune i beni posseduti individualmente: La carità sa ridurre a suo arbitrio la proprietà alla comunione; non in modo che non ci sia proprietà, ma in modo che la proprietà conduca alla comunione, perché non manchi la comunione né impedisca il bene della comunione.  Ma la diversità o la proprietà che impedisce il bene della comunione, è aliena dalla carità. Poiché la carità ama la comunione e ama anche la proprietà che giova al bene della comunione o non la impedisce. In effetti, la comunione non può esistere senza proprietà, benché la proprietà possa esistere senza il bene della comunione.

 

-La carità riconduce a unità i beni spirituali divisi: Le grazie divise cono ricondotte all’unità, alla comunione, in due modi:

 

-Quando i doni che sono concessi particolarmente a ciascuno sono posseduti insieme mediante la comunione dell’amore,

 

-E quando, mediante l=amore della comunione, sono amati insieme.

 

Perché la grazia è comune in certo qual modo a chi la possiede e a chi non la possiede, quando chi la possiede, la possiede per l=altro, perché la comunica; e chi non la possiede, la possiede nell’altro, perché ama.

 

-In questa carità risiede la somiglianza con Dio. Non c=è in noi nulla di più somigliante alla carità che è Dio, della sua stessa carità, che Dio ha posto in noi. Grazie a lei, l=immagine di Dio viene riformata in noi, per mezzo di lei, Dio è visto e sentito in noi in modo molto più pieno di quanto sia conosciuto per la sola fede (...) Se ci viene concesso di conoscere l=autore del dono a partire dal suo stesso dono, senz’alcun dubbio concordano con la natura di Diol=amore di Dio e la comunione dell’amore.

 

Spero che, stimolati da questo aperitivo, vi sediate a tavola, vi mettiate comodi e gustiate e digeriate tutto il Trattato.

 

 

3. .... E il magistero recente

 

Continuiamo ora con una parola forte del nostro papa attuale. Mi permetto di farvi una confidenza a questo riguardo: coloro che preparavano l=allocuzione del papa ricorsero ai buoni servigi della nostra Curia Generalis per localizzare le referenze di San Bernardo ...

 


 

Tutta la fecondità della vita religiosa dipende dalla qualità della vita fraterna in comunità. Di più, il rinnovamento attuale nella Chiesa e nella vita religiosa è caratterizzato da una ricerca di comunione e di comunità. Perciò, la vita religiosa sarà tanto più significativa quanto più riuscirà a costruire comunità fraterne in Cristo, in cui, al di sopra di tutto, si cerchi e si ami Dio (CIC 619); e all’inverso, perderà la sua ragion d=essere se si dimentica questa dimensione dell’amore cristiano, che è la costruzione di una piccola famiglia di Dio insieme a coloro che hanno ricevuto la stessa chiamata. In questa vita fraterna si deve riflettere Ala bontà di Dio nostro salvatore e il suo amore per gli uomini@ (Tit 3,4) così come si è manifestata in Gesù Cristo.

 

Ora, se non si dà questa testimonianza pubblica della vita religiosa nell’azione apostolica o nell’auto-realizzazione personale, le comunità religiose perdono la loro forza evangelizzatrice e non sono più quelle realtà che San Bernardo definì con la sua bella espressione Scholae amoris, cioè luoghi dove si impara ad amare il Signore e diventare, giorno dopo giorno, figli di Dio, e perciò stesso, fratelli e sorelle (Giovanni Paolo II, Allocuzione del 21-XI-1993 alla Plenaria della Congregazione per gli IVCSVA).

 

Il rinnovamento attuale della Chiesa, ci dice il Papa, è caratterizzato da una ricerca di comunione e comunità. Tanto più, il rinnovamento della vita consacrata e della nostra vita monastica cenobitica. Difatti, tutti i documenti pubblicati dalla Congregazione per gli IVCSVA negli ultimi 25 anni invitano i consacrati, in una forma o in un=altra, ad essere testimoni e artefici di comunione.

 

Il Sinodo sulla Vita Consacrata plasmò questa sensibilità spirituale coniando una frase programmatica: spiritualità di comunione. Il documento post-sinodale Vita Consecrata la incluse nel contesto del sentire cum Ecclesia (VC 48). La lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, alla conclusione del Giubileo dell’anno 2000, spiega il suo significato e la sua portata in un testo chiamato ad essere la Magna Carta della Chiesa del nostro secolo (NMI 43). La recente istruzione della Congregazione, Ripartire da Cristo, presenta la spiritualità di comunione come il compito attivo ed esemplare della vita consacrata a tutti i livelli (RdC ‘29) assume e riassume, inoltre, gli insegnamenti precedenti:

 

Spiritualità della comunione significa innanzi tutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto+. E ancora:  *Spiritualità della comunione significa capacità di sentire il fratello di  fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come Auno che mi  appartiene@...+.

 

Da questo principio derivano con logica stringente alcune  conseguenze del modo di sentire e di agire:

condividere le gioie e le  sofferenze dei fratelli;

intuire i loro desideri e prendersi cura dei loro  bisogni;

 offrire loro una vera e profonda amicizia.

Spiritualità della  comunione è pure capacità di vedere innanzi tutto ciò che di positivo c’è  nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio; è saper fare  spazio al fratello portando insieme gli uni i pesi degli altri.

 

Il testo si conclude con questa affermazione lapidaria: Senza questo cammino spirituale, a poco servirebbero gli strumenti esteriori  della comunione (RdC 29, riprendendo NMI 43). Affermazione che potrebbe fare da antidoto contro qualsiasi epidemia di epidemia di Aosservantismo@ e Astrettismo[1]@ monastico ...

 

4. Per edificare oggi la Comunione

 

Contemplando il nostro Ordine, è facile discernere, tra le comunità e in ciascuna di esse, una certa diversità nella forma di intendere e di vivere la nostra vita monastica. Questa diversità è il frutto di molti fattori, tra i quali: nazione di origine, data della fondazione e dell’entrata dei suoi membri, apertura o chiusura di fronte ai cambiamenti e all’evoluzione, formazione ricevuta, latenti personali ... Si possono distinguere almeno tre grandi modelli nel modo in cui è vissuto il nostro carisma. Mi permetto di aggiungerne un quarto, che esige ulteriori spiegazioni, perché non resti un mero desiderio l=utopia del Regno.

 

In una tabella sinottica, sebbene non sia caricaturale, avremmo di fronte una cosa di questo tipo:


 

 

 

 

4 Forme diverse B e complementari ? B di vivere alcuni aspetti della nostra vita

 

Epoche

Dal 1900 al 1960

Dal 1960 al 1975

Dal 1975 all 1990

Utopistica

 

Forme

 

Ascetica (Osservanze)

 

Personale (valori

individuali)

 

Comunitaria (valori comuni)

 

Evangélica (esperienza di comunione)

 

Povertà

 

Permessi, scarsità, espropriazione, lavoro duro

 

Responsabilità, lavoro redditizio, il necessario

 

 

Beni comuni, amministrazione economica

 

 

Per vivere le beatitudini e la solidarietà ad intra e ad extra

 

Castità

 

Prevenzione, modestia, cuore indiviso

 

 

Esperienza di Dio,

aspetti psicologici

 

Clima affettivo comunitario,

amicizie

 

Per amare místicamente Gesù e il fratello/ la sorella con tutto ciò che si è

 

Obbedienza

 

Osservanza secondo le norme, rinuncia alla volontà propria

 

Promozione dei talenti e della

responsabilità personale

 

Dialogo, discernimento

comunitario, lavoro in équipe

 

Perché venga il Regno attraverso la comunione delle volontà

 

Comunità

 

Uniformità e separazione dal mundo

 

Pluriformità e valore dell=ndividuo

 

Relazioni orizzontali e visione comune

 

Sacramento della comunione con Cristo y con i fratelli /le sorelle

 

 

Liturgia

 

Rubriche, sacralità, esecuzione di un compito servile
tarea de servi
tudine
Medio per il proprio incontro con Dio...

 

Mezzo per l’incontro personale con Dio

 

Luogo di festa e celebrazione comune

 

Per celebrare il Mistero: Cristo tra noi e in noi

 

Orazione

 

Metodica, devozioni e lettura spirituale

 

Opus Dei in lingua vernacolare e lectio divina

 

Contemplazione cristiana e

meditazione orientale

 

Per culminare nella

Celebrazione Eucaristica

 

Virtù

 

Obbedienza, umiltà e silenzio

 

Autenticità e prudenza

 

Comunicabilità e discernimento

 

Per vivere o zelo buono con amore ardentissimo

 

Autorità

 

Monarchica e indipendente

 

Paterna-Materna e sussidiaria

 

Condivisa e delegata

 

Per il servizio della comunità e di ogni fratello / sorella

 

 

 

Non c=è dubbio che questi modelli coesistano nelle nostre comunità. Spesso sono incarnate da generazioni diverse. Ogni modello ha la sua ricchezza e i suoi limiti, ciò che importa è integrarne le ricchezze e con esse rimediarne i limiti. Tutto ciò esige una grande apertura di orizzonti e di sensibilità comunitaria, per accettare le differenze a beneficio del bene comune. A questa luce, la comunità è sempre in via di costruzione e, in definitiva, un miracolo della grazia divina.

Condivido ora con voi una duplice riflessione: teorica, la prima (non ho l=ardire di chiamarla teologica) e pratica, la seconda.

Comincio con la teoria. È evidente per tutti, perché salta agli occhi, che negli ultimi anni la vita consacrata è passata dalla comunità intesa soprattutto come Avita comune@ (in base a osservanze e strutture regolatrici della convivenza) a la comunità intesa come Avita in comunione@ (che mette l=accento sulla novità e la qualità delle relazioni). Abbiamo appreso che, in definitiva, ciò che crea la comunità non sono principalmente gli atti comuni, ma la Communio trinitaria che, divenuta dono accolto, permette relazioni di vero amore.

 

Per questo, se desideriamo vivere insieme una vita fraterna, intesa come: vita condivisa nell’amore, le nostre comunità non devono essere soltanto:

 


 

- AComunità di osservanza@: l=osservanza comune come mediazione principale per l=unione fraterna.

-E nemmeno, semplicemente, come Acomunità di valori@: i valori, beni che attraggono B come mezzi principali di comunione.

-E neppure, Acomunità con una visione comune@: la comprensione esistenziale comune dei valori monastici come fattore di comunione tra i fratelli e le sorelle.

 

- Ma comunità di

 

-Persone di valore: perché ciascuno/ciascuna è capace di dare e di ricevere amore, a immagine e somiglianza di Dio stesso;

-Che stimano le osservanze vivificate da una visione comune: come mezzi adeguati per l=unione con Dio e con i fratelli/le sorelle.

-E che considerano il duplice precetto dell’amore come il valore supremo che crea comunione e che permette al Cristo di abitare in e tra di noi.

 

Sappiamo, certo, che il nostro amore si alimenta di questa comunione con il Corpo e il Sangue di Cristo, che realizzano in noi la carità, grazie alla quale tutto diventa comune e ciò che appartiene in proprio a qualcuno, diventa comune a tutti (Baldovino di Ford, Sacramento dell’Altare, commentando 1 Co 10,14-21).

 

Ed ora, scendiamo a terra, veniamo alla pratica. Osservando la vita concreta delle nostre comunità, sono giunto a questa semplice conclusione: la qualità della comunità dipende dalla qualità della sua comunicazione. E quando dico comunicazione, mi riferisco a un duplice binomio: ascolto-silenzio e parola-rispetto.

 

La nostra comunione con Dio poggia sulla nostra comunicazione con Lui. La lectio divina, l=Opus Dei e la intentio cordis sono le forme abituali in cui si incarna il nostro ascolto-silenzio e parola-rispetto. È così che viviamo, abitualmente, il nostro amore per Lui. Ma non è questo il tema di cui ci stiamo occupando.

 

La comunicazione tra di noi, verbale o non verbale, coniuga anch=essa lo stesso binomio: ascolto-silenzio e parola-rispetto. Può assumere forme diverse, alcune casuali e altre più formali.

 

La disciplina tradizionale del silenzio ci ha insegnato a chiudere la bocca, a non parlare. Ma, secondo alcuni, non ci ha insegnato ad ascoltare né ad usare la parola con discrezione, così come lo indica la parola e l=esperienza della taciturnitas nella Regola di San Benedetto. Non manca chi ritiene che non ci ha aiutato neppure a custodire il silenzio, la prova è che in tutte le visite regolari abbondiamo di parole per lamentarci della mancanza di silenzio.

 

È urgente, di conseguenza, una disciplina della parola discreta, la quale implica un ascolto rispettoso. La parola discreta presuppone risposte adeguate a domande come questa: ho ascoltato prima di parlare? So che cosa voglio dire? È con lei/ con lui che devo parlare? È il momento e il luogo opportuno? Mi comunico, informo, mi lamento o mormoro?

 

La Ratio Institutionis ci presenta alcune forme comunitarie di comunicazione, cioè: I dialoghi e gli scambi comunitari, condividere il Vangelo e la correzione fraterna, sono mezzi importanti di formazione comunitaria (Ratio § 13). Essendo impossibile dire una parola su ciascuna di esse, diciamo almeno qualcosa a proposito del dialogo.

 


 

Molte resistenze al dialogo derivano da cattive esperienze al riguardo. In realtà, possiamo avere il sospetto che, se l=esperienza non è stata positiva, non c=è quindi stato un dialogo. Il dialogo comunitario è un genere molto specifico di comunicazione, è una specie di comunicazione di gruppo qualificata, qualcosa come ciò che tenta di dire San Benedetto, quando scrive il capitolo terzo della sua Regola: della convocazione dei fratelli a consiglio. Se si segue quanto suggerisce Benedetto, non si potrà mai fare una brutta esperienza!

 

Cosa voglio dire quando parlo di dialogo? Dialogare è comunicare reciprocamente in modo amichevole e interagire cooperando in vista di un fine comune. O, con parole più cenobitiche: dialogare è essere vero, dire la verità e fare la verità, nell’amore. Questo implica, innanzi tutto, tre atteggiamenti fondamentali: guardare gli altri con simpatia, donare se stessi con generosità e accogliere il prossimo con attenzione e sollecitudine.

 

Solo allora saremo sicuri di poter ascoltare e parlare in modo dialogico. Alcune comunità, per motivi culturali o per la storia di alcune persone, dovranno esercitarsi maggiormente nell=ascolto; altre, nel modo di parlare. Sia come sia, un fratello o una sorella che ascolta in questo modo: con l=orecchio e con il cuore (comprendendo e amando), con interesse e rispetto (lasciano che gli altri siano ciò che sono e si manifestino), può risultare alla fine il partecipante più attivo in un dialogo comunitario. 

 

Le sette regole d=oro del parlar bene si possono configurare così, si tratta di parlare:

 

- chiaramente: con verità

- umilmente: senza assolutizzare

- prudentemente: con opportunità

- amabilmente: senza interrompere o monopolizzare

- coinvolgendosi: senza teorizzare

-fiduciosamente: senza timore

-essenzialmente: con precisione

 

Ritengo che, se ci esercitiamo nell’arte del dialogo comunitario, miglioreranno le nostre relazioni orizzontali, verticali e diagonali ... saremo, inoltre, più evangelici e cenobiti, più asceti e mistici.

 

E concludo unendo i miei auguri a quelli dell’altro Bernardo, l=insigne maestro dell’amore mistico e fraterno.

 

Ci sia anche fra noi, carissimi, unità degli animi: che i nostri cuori siano uniti, amando l=Unico, cercando l=Unico, aderendo all’Unico e avendo gli stessi sentimenti gli uni verso gl’ altri. In questo modo, la stessa divisione esterna eviterà certo il pericolo e non cadrà nello scandalo. Questo non impedisce che ciascuno abbia le proprie pene e manifesti anche talora il proprio modo di vedere le cose, compresi i diversi doni della grazia. E nemmeno tutti i membri operano allo stesso modo, ma l=unità interiore e l=unanimità unificano la molteplicità e la stringono con il glutine della carità e il vincolo della pace (cf. In Settuag 2,3)

 

Con un abbraccio fraterno, in Maria di San Giuseppe,                              

 

Bernardo Olivera

 

                                                                                  Abate Generale OCSO

 


 

[1] Si è reso a calco il termine spagnolo estrictismo, di per sé intraducibile, solo lontanamente affine al nostro rigorismo.


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