Ordine Cistercense della Stretta Observancia (Trappisti)


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         ABBAS GENERALIS

           Prot. N 01/AG/03

LETTERA CIRCOLARE DEL 2003

SUL CELIBATO E LA VERGINITA’ CONSACRATI

 

- Immagini di Dio

- Corpi personnalizzati

- Sessualmente configurati

- Amati per amare

- Pudichi e casti

- Consacrati verginalmente e come celibi

- Vergini, celibi e mistici/mistiche

 

26 Gennaio 2003

 

Care sorelle, cari fratelli,

 

            Le mie due lettere circolari precedenti ebbero come tema la sequela di Gesù (2001) e il radicalismo evangelico (2002). La presente lettera sul celibato e la verginità consacrati si colloca in questo contesto, per completare il trittico. Ritengo che il nostro celibato e la nostra verginità siano un segno eloquente del radicalismo evangelico nella sequela del Signore Gesù. 

            Il mio intento è di offrire un nuovo contributo all’antropologia cistercense di impostazione cenobita. In altri termini, l’approccio di questa lettera sarà prevalentemente antropologico, ma non chiuso in se stesso, bensì aperto alla spiritualità o alla fede esistenziale. Questo spiega il fatto che inizierò il discorso risalendo molto alla sorgente delle acque e lo eleverò alle altezze della comunione mistica con il Signore. 

            D’altro alto, vi renderete conto che ho tralasciato temi quali la omosessualità o la omofobia, l’amicizia e l’innamoramento, la castità e la comunità, la verginità-celibato e la comunione fraterna, la vita consacrata e la vita matrimoniale. Includere tutto questo avrebbe superato i limiti e complicato questa lettera, che ha pretese più modeste. 

            Nella misura del possibile, terrò in conto le differenze di sesso e di genere, sebbene, per ovvie ragioni, il discorso sarà colorato o marcato da una impronta maschile. Mi sarebbe piaciuto poter utilizzare, in modo consistente, un linguaggio inclusivo, ma il genio della mia propria lingua materna non lo permette, senza cadere in formulazioni noiose o complicate. D’altro lato, sono ben cosciente che la dottrina esposta dovrebbe essere arricchita da contributi provenienti da altre culture, diverse dalla mia. Con il passare degli anni, mi rendo sempre più conto di quest’ultimo limite. 

            E concludo questa introduzione con una nota di avvertimento, in parte scherzosa e in parte seria. Questa lettera è proibita alle persone minori di 18 anni e superiori ai  95 anni. È sconsigliabile a chi soffre di miopia spirituale e di paralisi mentale. La si raccomanda invece a coloro che hanno buona volontà e, soprattutto, tempo. 

IMMAGINI DI DIO 

            La rivelazione giudeo-cristiana ci istruisce sulle nostre origini. Siamo stati creati a immagini e somiglianza di Dio. Per questo siamo “qualcuno” e non “qualcosa”. Siamo capaci di conoscere e di conoscerci, di possederci e di donarci, siamo capaci di comunicare con altri e con altre. Creati a immagine e somiglianza di Dio, siamo persone umane, uomini e donne. L’esperienza quotidiana conferma questi dati elementari di antropologia biblica. Il fatto è che Dio si rivela e ci istruisce attraverso le nostre esperienze più profonde. 

            Dio ci ha creati uomini e donne. Non isolati, ma in relazione reciproca o sponsale, rispettando l’uguaglianza delle persone e la differenza dei sessi, senza nessun tipo di subordinazione o livellamento. Egli stesso, Dio, ci dice inoltre che l’uguaglianza delle persone e le differenze sessuali tra l’uomo e la donna, rimandano al mistero della Trinità. Nella Trinità, si dà la massima differenza al cuore di una identità assoluta. Siamo stati creati a immagine di questo unico Dio Trinitario. 

            Io e ciascuno di noi siamo persone, perché nell’intimo siamo un “io” ed esistiamo in relazione con un “tu” e molti altri. In altre parole, siamo autonomi e indipendenti, per vivere in solidarietà e interdipendenza. 

            In quanto uomo, posso dire che lei, la donna, è altra. Questa differenza irriducibile è per me il segno più radicale del totalmente Altro, Dio. Immagino che le donne potrebbero dire la stessa cosa di me e di ciascuno di noi. 

        Tutti e ciascuno, nel corso della vita, andiamo personalizzandoci. In questo processo di personalizzazione entrano in gioco numerose relazioni individuali, familiari e di gruppo. Anzi, noi siamo il frutto della storia  e della cultura dei nostri rispettivi paesi e continenti. Se non fosse per gli altri e per le altre, non saremmo niente o nessuno. 

            Ma la storia umana è anche drammatica. Il peccato ci ha separati da Dio, ha reso opaca la sua immagine nel nostro essere ed ha infranto la somiglianza con Lui. Per questo il peccato ha ferito a morte la reciprocità tra l’uomo e la donna. Questo peccato si vale del potere, al fine di dividere: potere di dominio e potere di seduzione. Il Figlio di Dio si è fatto uomo per restituire a noi la somiglianza che avevamo perduto e per far brillare l’immagine in tutto il suo splendore, per restituirci alla integrità e alla comunione originali. 

CORPI PERSONALIZZATI 

            Grassi o magri, alte o basse ... siamo persone incarnate in un corpo e corpi di persone. La nostra corporeità ci coinvolge totalmente, sia per quanto concerne la relazione sia nell’intimo del nostro essere. Attraverso il mio corpo trasformo la creazione: senza le mani non potrei lavorare; grazie al mio corpo mi manifesto davanti agli altri o mi nascondo: non sono un fantasma, nemmeno quando cerco di nascondere il mio cuore. 

            Il corpo che io sono mi rende individuo, in forma permanente; il mio corpo porta i segni del passare del tempo, il mio corpo attesta anche che la vita, con la sua esperienza, mi ha marcato. Chiunque mi abbia incontrato potrà dire: Bernardo è magro, di mezza statura, curvo di spalle, brizzolato, con il naso e le orecchie grandi, ha la fronte solcata di rughe ... Chi mi vede, mi identifica. Così anche la polizia: non ci sono due persone che abbiano le stesse impronte digitali. 

            Siamo corpo e spirito, uniti tanto inseparabilmente e senza confusione, che stabilire le frontiere risulta difficile. Il nostro spirito si rende visibile e vulnerabile nel nostro corpo, il nostro corpo si interiorizza sino a diventare spirito. Io-corpo-spirito sono relazione a tutti i livelli: quando mangio, quando parlo, quando amo, quando risusciterò nell’ultimo giorno.

            Uomini e donne, ci differenziamo per due forme di “essere corpo”. Entrambe sono sponsali: capaci di esprimere l’amore come dono di se stessi, capaci di accogliere il dono che si dona.  La nostra esistenza corporea raggiunge il suo apice e la sua epifania nei gesti dell’amore: carezze, baci, abbracci, unione, estasi. Io-corpo sono capace di comunione. 

            Nessun libro della Sacra Scrittura valorizza tanto l’uguaglianza tra la donna e l’uomo, l’amore e il corpo umano come il Cantico dei Cantici. L’“autrice” del Cantico parla del corpo con tutta naturalezza e senza nessuna malizia, non c’è nessuna parte del corpo che sia indecente, ogni parte ispira la poesia e il canto. Interpretare il Cantico dei Cantici solo come un’allegoria e un simbolo dell’amore di Yahweh per il suo popolo è vuotarlo di realismo e di mistero. Anche il senso letterale del testo ci rimanda a Dio, perché essendo l’uomo e la donna immagini di Dio, l’esperienza dell’amore umano interpersonale rende presente il fuoco del Signore Dio. 

            Siamo esseri umani perché siamo stati tratti dall’humus o polvere della terra, per questo stesso motivo siamo esseri corporei. E siamo anche capax Dei, capaci di Dio, aperti a Dio,  in quanto Egli ha alitato in noi il suo soffio di vita, facendoci a Sua immagine e a somiglianza. D’altro lato, Dio è capax hominis, a tal punto che si è incarnato ed ha abitato in mezzo a noi. Noi esseri umani siamo imago Dei, immagine di Dio, siamo il riflesso della solitudine di una Persona che ha creato tutto ciò che esiste, anzi, siamo il riflesso di una insondabile comunione di Persone divine. Immagino che nessuno si scandalizzerà sentendo dire che la Trinità si riflette in questa unione “in una sola carne” aperta al dono della vita. 

SESSUALMENTE CONFIGURATI  

            La scienza e la fede ci dicono che la nostra energia vitale – insufflata da Dio in noi alla creazione e partecipe dell’energia primordiale o cosmica – entra nel processo della coscienza e dà origine a tutte le manifestazioni e funzioni della nostra vita umana, e in modo del tutto speciale nella vita affettiva e sessuale. 

            E la nostra esperienza quotidiana dimostra che i nostri corpi umani sono corpi diversamente sessuati. Questo ci permette di dire, in linguaggio biologico, che siamo: maschi e femmine; in linguaggio personale: uomini e donne; e, quanto al genere, maschili e femminili. 

            Parlare della sessualità umana è molto di più che parlare della genitalità. La sessualità è una condizione fondamentale della nostra vita personale; essa configura il nostro essere, il nostro essere presenti e operare come persone umane. Perfino il nostro pensare, volere e sentire, lo stesso credere, amare e sperare si esprimono in una forma che rispecchia l’individuazione sessuata. 

            Per quanto ci interessa ora, diremo che la sessualità è energia vitale, relazionale e creativa.  Si riferisce particolarmente all’affettività, alla capacità di amare e di procreare e, in modo più generale, alla capacità di stabilire vincoli di comunione con gli altri. È possibile distinguere, senza distorcere la realtà, tre livelli nell’unità della nostra sessualità: 

-Il livello della sessualità primaria implica varie dimensioni, tra le quali: la configurazione maschile o femminile del nostro essere personale e corporeo, la percezione di tutta la realtà con uno sguardo maschile o femminile, l’orientamento verso la donna proprio del maschio e quello della donna verso l’uomo, e i comportamenti naturali e culturali propri a ciascuno dei due sessi. 

-Il livello della sessualità affettiva: ossia tutto il mondo dei sentimenti sessuati, con maggiore o minore presenza del desiderio o eros, che tendono verso o comprendono qualche forma di intimità. Qui si colloca tutta una gamma di sentimenti di amore, come: l’amore paterno, filiale e fraterno; l’amore di amicizia e l’amore erotico di innamoramento. Oserei dire che nelle persone celibi, questo livello è un fine in se stesso; nelle persone sposate può essere l’avvio verso comportamenti genitali. 

-Il livello della sessualità genitale: in esso possiamo distinguere tra fantasie e comportamenti genitali. Le prime si situano inizialmente nell’immaginazione e nell’affettività con conseguente risonanza negli organi genitali; i secondi sono destinati ad attivare direttamente l’appetito sessuale.  A questo livello si situa l’amore coniugale che porta a diventare una sola carne e che trova la sua pienezza nell’orgasmo. 

            L’esperienza concreta della sessualità è generalmente diversa per gli uomini e per le donne. Benché la donna abbia di solito maggiormente bisogno del contatto corporeo, sembra tuttavia che il suo bisogno di relazioni genitali sia minore di quello degli uomini; per le donne la genitalità costituisce solo un aspetto in più della relazione affettiva e dell’intimità. Invece noi uomini abbiamo la tendenza a “genitalizzare” la sessualità. Quando questo accade, impoveriamo l’eros, la sensualità corporea e la capacità di intimità affettiva. 

            La nostra sessualità evolve al passo dei grandi cicli della nostra vita personale. Non potrebbe essere in modo diverso: siamo persone sessuate. Ciascuno di noi, secondo la sua capacità di autoconoscenza, potrà constatare una evoluzione che a grandi linee potrebbe essere presentata nel modo seguente: 

-Nell’infanzia e nell’adolescenza si sono gettate le basi e c’era poca possibilità di interpretare il senso della sessualità. 

-Nella giovinezza c’è incertezza e confusione, si conosce la passione dell’amore sessuale e le attrattive dell’innamoramento, ma si ignorano quasi le ricchezze dell’intimità eterosessuale e la potenzialità spirituale della sessualità e della castità. Noi uomini temiamo di perdere la nostra indipendenza e penso che le donne abbiano paura di restare sole o di essere abbandonate. In questo momento della vita si prendono le decisioni fondamentali: vivere la sessualità nella coniugalità matrimoniale o viverla nel celibato e nella verginità consacrati. 

-Nell’età adulta si scopre in pienezza la forza della fecondità fisica e della generatività,  intese come sollecitudine premurosa, accompagnamento e orientamento di altri più giovani.  Si cresce nella capacità di intimità e tenerezza. Si rivalorizza l’eros o desiderio. Si consolidano le amicizie. Si impone la necessità di trovare il senso umano e spirituale della sessualità e della castità e progressivamente si impara che esse trovano il loro senso ultimo nell’amore umano e nell’Amore divino. Si integrano infine, a poco a poco, la propria storia sessuale e le opzioni prese. L’esperienza della menopausa (anche negli uomini) generalmente segna un prima e un poi. 

-Da ultimo, nell’anzianità, è il tempo di vivere in pace e in pienezza come persona corporea e sessuata aperta e lanciata verso il trascendente e il totalmente Altro/a.  

            Non è necessario viaggiare molto o aver vissuto molti anni per constatare che le diverse culture  e le diverse epoche regolano e interpretano la sessualità in modo diverso. Siamo in molti testimoni dell’evoluzione del valore attribuito alla sessualità nel mondo occidentale: dalla repressione e condanna al permissivismo giustificato e alla commercializzazione consumistica. I mezzi di comunicazione di massa stanno universalizzando una tale commercializzazione. 

            La cultura mascolinista ela sfrenatezza sessuale soggiogano l’eros ed esaltano la genitalità. In altri termini, il livello della sessualità genitale spiazza e occupa il livello della sessualità affettiva. Di conseguenza l’eros, in quanto passione e vigore vivificante che tende verso la gioia della comunione, resta ridotto a semplice erotismo. È in tal modo che noi esseri umani, ci animalizziamo, ci disintegriamo e ci opponiamo, specialmente gli uni contro le altre e le une contro gli altri. 

            L’eros è desiderio di comunione, pienezza e gioia interpersonale, permette di sentirsi pieni e di donare pienezza. L’eros, considerato così, è attraente e temibile. Attraente, per la sua promessa di pienezza. Temibile, perché chiede di abbassare le soglie di controllo o di lasciare da parte ogni controllo. L’intimità affettiva risveglia l’eros, tutto questo attrae; ma allo stesso tempo, l’intimità a cui invita l’eros può abbassare ancora di più le soglie di controllo, e questo incute paura. Sebbene non si debba scherzare con il pericolo, una vita senza alcun rischio è una vita povera. Chi estingue il fuoco dell’eros-desiderio diventa cenere. 

            La persona umana ha bisogno, in un certo senso, del linguaggio del corpo e della sessualità, per potersi manifestare. La persona-corpo-sesso è fondamentalmente capacità di relazione e artefice di comunione. La sessualità, nel suo significato più profondo, è l’evidenza tangibile della sponsalità della persona-corpo. Noi monaci e monache, per quanto “angelica” sia la vita che conduciamo, non siamo angeli, e chi pretende di esserlo finisce col diventare un demonio.  

AMATI PER AMARE 

            Pretendere di “definire” l’amore è come pretendere di “comprendere” Dio. Diciamo tuttavia una parola sull’amore, con rispetto, umiltà e amore. Tutte le manifestazioni dell’amore coinvolgono, in un modo o in un altro, l’affettività, il desiderio e la sessualità. Al di là delle sue diverse manifestazioni o forme, l’amore è: attrazione e decisione di donarsi e accogliere un altro/un’altra, per affermarlo/a perché cresca ed esista sempre di più. Le manifestazioni principali dell’amore, che tutti possiamo facilmente riconoscere, sono le seguenti: 

-Amore materno: è misericordioso e naturalmente incondizionale; in esso predomina la dimensione affettiva.

-Amore paterno: è verace e spontaneamente condizionato; accentua la dimensione effettiva.

-Amore filiale: è dipendente, sottolinea l’accoglienza e il rispetto.

-Amore fraterno: è universale e amichevole, fa risaltare la dimensione promozionale.

-Amore sponsale: è eterosessuale, predomina il dono e l’accoglienza reciproca, fecondi, in una sola carne.

-Amore sociale: è giusto ed equo, cerca il bene comune.               

            Quale di queste manifestazioni dell’amore si può prendere come paradigmatica dell’amore e come segno più adeguato dell’Amore divino? Tento di dare una risposta, rispettando le opinioni diverse. Se è vero che l’immagine di Dio nell’essere umano fa riferimento all’uomo e alla donna,  se è vero che la relazione tra loro è una relazione sponsale, e se possiamo dire che perfino lo stesso corpo sessuato è corpo sponsale, possiamo quindi concludere con questa affermazione: l’amore sponsale tra l’uomo e la donna è forma paradigmatica dell’amore umano.

            L’amore sponsale umano conosce due forme esistenziali concrete. Una, è la sponsalità coniugale vissuta nel matrimonio.  L’altra, è la sponsalità verginale o celibe vissuta nella comunione con Cristo. Tanto nell’una quanto nell’altra forma, l’essenziale consiste nel dono di sé e nell’accoglienza dell’altro. Questo amore ci rende simili a Dio, in quanto purifica l’immagine, permettendo di riflettere l’amore.  

            Non è necessario avere sessant’anni per sapere che gli uomini amano in modo diverso dalle donne. Quando la donna ama, si dona totalmente: corpo, anima e spirito; quello che è, che sarà e perfino quello che potrà essere dipende dal desiderio di colui che essa ama. Noi uomini desideriamo essere amati così, ma di rado amiamo così. L’uomo è attirato innanzi tutto dalla bellezza corporea, la donna comincia ammirando l’intelligenza, il coraggio e la grandezza morale, la cavallería.  La nostra intelligenza maschile può non rendersi conto dell’amore; la donna lo riconosce sempre, conoscendo o ignorando. 

PUDICHI E CASTI 

            Abbiamo imparato nel catechismo che le virtù umane sono atteggiamenti fermi e stabili. Esse perfezionano la nostra intelligenza e la nostra volontà, regolano i nostri atti, ordinano la nostra affettività, guidano la nostra condotta. Grazie alle virtù possiamo agire con facilità, padronanza e gioia per vivere bene e felici. Quando, liberamente e con gioia, compiamo il bene, possiamo dire di essere virtuosi. 

            Prima di parlare della castità, si impone una parola sul pudore, suo fratello minore.  Il pudore è una virtù di cui oggi si scrive poco o male. La bacchettoneria o il timore eccessivo di un passato recente per ciò che concerne il sesso in certi ambiti culturali, non gli ha affatto reso un buon servizio. È vero che il pudore è qualcosa di relativo e di convenzionale, le sue forme variano secondo le epoche e i luoghi. Tuttavia, ritengo che il pudore sia un sentimento innato e connaturale alla persona umana. 

            Il pudore, così inteso, è un istinto di difesa dei valori della sessualità integrata in se stessa e armoniosa nelle sue relazioni. Si tratta di un sentimento collegato con l’incarnazione dello spirito, esprime un riferimento all’intimità personale inerente all’amore, all’eros e al sesso. Senza pudore, non c’è amore vero. L’amore dialoga con il pudore, il pudore nasconde e protegge l’intimità fino al momento in cui uno si senta totalmente amato e accettato, e non solo per l’attrazione che suscita la bellezza o il vigore del corpo. Finalmente, quando l’amore ha dimostrato la sua verità,  il pudore perde la propria  ragione di essere e resta assunto e integrato nell’amore. 

            Fino a un passato recente, la pratica e la riflessione sulla castità sono rimaste limitate alla continenza sessuale. Questa minimizzazione priva la castità della sua importanza e del suo valore. La castità  una virtù, una forza o una potenzialità che permette di amare come persone sessuate; e amare in modo personale e sessuato significa amare in forma ordinata e armonica. 

            La castità ordina in ciascuno il sesso, l’eros e l’amore, ponendoli al servizio della carità e della comunione. Essere una persona umana esige un costante dominio e incanalamento degli impulsi meramente istintivi e sessuali, richiede che il sessuale sia impregnato dall’erotico, reclama l’espansione di entrambi nell’amore interpersonale e il coronamento di tutto questo dinamismo  nella carità.

           La castità permette di stabilire relazioni armoniche con gli altri. Questa armonia consiste fondamentalmente: nell’accettare la differenza, rispettare l’intimità, discernere la distanza e i gesti, comunicare da persona a persona, essere totalmente presenti nella  relazione.

            La pedagogia della castità ci insegna che la prima lezione da imparare per ordinare e armonizzare la nostra sessualità consiste semplicemente in questo: contemplare con lucidità, pace e spogliamento quello che accade nella nostra affettività, e, in modo più particolare, nella nostra sessualità. Si tratta di riconoscere e di lasciar passare. 

            Ciascuno di noi, uomini e donne, sa per istinto spirituale quello che la castità esige e consiglia. In ogni modo, l’esperienza ha insegnato a noi, monaci e monache, ciò che aiuta: 

-Rispetto per gli altri, soprattutto per l’altro, di sesso diverso dal nostro. Chi rispetta, guarda più al fondo: comunica con un tu. Le persone rispettose considerano la genitalità come manifestazione di tutta la persona, non si identificano né identificano gli altri con una parte del corpo. 

-Vita in comunione fraterna e non solo vita in comune. Il clima affettivo della comunità, quando è positivo, facilita l’integrazione interiore e l’armonia della relazione. 

-Amicizia e relazione profonda con persone che condividono lo stesso ideale di vita casta, soprattutto la vocazione al celibato e alla verginità consacrati. 

-Creatività  nei nostri lavori, anche i più semplici e quotidiani. Chi opera in tal modo si applica volentieri e con piacere a quello che fa, collabora con gli altri e cerca nuove forme per migliorare il proprio servizio al prossimo. 

-Negarsi gratificazioni immediate e passeggere per conseguire altre, più permanenti e profonde. Si tratta di un “no”, consapevole e voluto, che poggia in un “sì” affermativo. 

            La castità è un processo che esige del tempo. Questo processo è di rado lineare. La nostra castità — potremmo quasi dire il nostro celibato o verginità — è frutto di una storia che evolve nel corso del tempo. I frutti di questo albero sono preziosi, ma maturano adagio. Il giorno in cui potremo lodare Dio cantando con il poverello di Assisi Laudato sii mi Signore per sor acqua, la quale  è multo utile et humile et pretiosa et casta ... In quel giorno, saremo pienamente vergini e casti. 

CONSACRATI VERGINALMENTE  E COME CELIBI 

            Giungo, finalmente, al cuore della presente lettera. Nel parlare di celibato e verginità consacrati non mi riferisco soltanto a una condizione fisica o a una situazione sociologica, ma a una forma stabile di vita, scelta in risposta a una chiamata nel contesto della fede in Cristo Signore. In questo stato di vita si dà una testimonianza pubblica di un modo di vivere la castità e l’amore. 

            Celibi, vergini e sposati/e, tutti siamo chiamati ad amare. L’amore coniugale include l’esercizio libero della dimensione genitale della la sessualità. Noi, monaci e monache, consacrati nella verginità o celibato, abbiamo in tutta libertà rinunciato al matrimonio, ma questo non significa che rinunciamo ad amare o che amiamo in modo serafico. 

            Il celibato e la verginità consacrati esigono una crescita costante in una forma di vita che, grazie alla castità, permette di amare in una determinata forma. Questa forma determinata implica rinunciare a qualsiasi tipo di amore genitale. Più esattamente, implica rinunciare a una appartenenza reciproca ed esclusiva, stabile e permanente, intima e feconda  ... con tutto ciò che questo comporta di convivenza quotidiana e di aiuto reciproco nelle proprie solitudini esistenziali.

            Questa rinuncia apre al dono di un’altro modo di amare, centrato nell’oblazione, la gratuità e il servizio. Un modo di amare che conosce anch’esso la gioia e il dolore che risiedono nella sessualità affettiva. 

            Vi esprimo con semplicità le mie convinzioni personali sul celibato consacrato. Lo faccio nella speranza che ciascuno si interroghi sulle sue convinzioni e motivazioni personali. 

-Il mio celibato è innanzi tutto un dono o carisma: è un dono che invita a un compito, un dono da conquistare in pace. È un carisma dello Spirito per il mio proprio bene personale, l’arricchimento dei miei fratelli e delle mie sorelle, l’edificazione della Chiesa e il servizio all’umanità. È un carisma dell’Amore per amare. 

-Il motivo fondamentale del mio celibato è Gesù e il suo Regno. Questo carisma lo vivo nell’ambito esistenziale concreto di una vita in comunione fraterna, e in questo modo contribuisco alla “venuta del Regno”: tutti fratelli e sorelle sotto un solo Padre. 

-Si tratta di una decisione sempre rinnovata di rendere reale l’utopia di Dio che ci ha creati in una reciprocità complementare o sponsale a sua immagine e somiglianza. In questo senso, vedo il mio celibato come qualcosa di importante per coltivare la relazione con le donne. 

-In una storia umana di peccato e di grazia il mio celibato è rinuncia alla manifestazione genitale dell’amore per risanare l’amore da ogni egoismo possessivo e dall’aggressività dominante. Rinuncio anche alla soddisfazione sessuale per una beatitudine più grande. L’amore celibe è la mia forma di dare risposta alla domanda a cui tutti dobbiamo rispondere: in che modo soddisfo le esigenze di complementarietà e di appartenenza che sono iscritte nella mia sessualità? 

-Grazie al carisma del celibato consacrato posso chiarire e dare testimonianza del profondo significato antropologico dei valori inerenti alla sessualità. Vivo il celibato come una testimonianza della forza dell’amore di Dio nella mia fragilità umana. È per me  una “terapia spirituale” che ridonda in bene per tutta l’umanità. 

-Il mio celibato per il Regno dei cieli è un invito a potenziare in pienezza la mia capacità generativa in quanto padre e madre degli altri e delle altre. Se il mio celibato non è fecondo, sarebbe castrante. Il Regno dei cieli non è una  tomba dove sotterrare la nostra sessualità! 

            La persona umana è libera per donare se stessa. La libertà e il dominio di sé sono intrinseci all’autodonazione. Il dono di sé si può manifestare in diverse forme. Il dono sponsale del proprio corpo, per essere una sola carne feconda, è il più abituale.  Il dono sponsale di se stessi a Dio in Cristo, per essere un solo spirito fecondo, è un’opzione alternativa frutto della grazia divina. Noi che abbiamo ha ricevuto questa grazia sappiamo con certezza che l’Amore è fedele e non delude mai. 

VERGINI, CELIBI E MISTICI/MISTICHE 

            Leggendo con attenzione gli autori spirituali medioevali — specialmente i nostri padri e le nostre madri cistercensi — possiamo distinguere due grandi correnti mistiche. 

-Mistica dell’essenza-unione: comunione con Dio nell’integrazione profonda della propria anima.

-Mistica dell’amore-relazione: comunione con il Tu divino in termini di amore sponsale e di alleanza. 

            L’una e l’altra hanno qualcosa in comune e qualcosa che permette di differenziarle. Tanto la mistica dell’essenza-unione, quanto la mistica dell’amore-relazione, trovano la loro forza nel desiderio-eros-amore. Ma la mistica dell’essenza si riferisce meno all’amore interpersonale cosciente e più all’energia vitale e basica del desiderio. Questo desiderio attraversa tutto l’essere, corpo-anima-spirito, e trasforma tutta la persona. 

            L’essenziale dell’esperienza mistica è la comunione di volontà, la volontà di Dio e la nostra: un solo volere e un solo non volere. Non importa se chiamiamo questo unitas spiritus o matrimonio spirituale. Questa comunione risiede nell’amore ed è fatta dall’Amore. In questa esperienza rifulge l’immagine divina in tutta la sua gloria e il suo fulgore. 

            I doni mistici di Dio sono infiniti. Dio si adatta alla diversità, considera ciascuno di noi in ciò che è, tiene conto delle differenze di sesso e di genere. Tuttavia, tutti e ciascuno dobbiamo lasciarci amare per poter accogliere il suo dono. Questo implica potenziare la nostra capacità recettiva. In quanto creature umane, tutti siamo recettivi, ma la donna lo è maggiormente, in quando donna. Tanto per l’uomo quanto per la donna, l’accoglienza mistica dell’Amore è una esperienza “nello spirito” che esiste solo incarnato in un corpo sessuato. Questa affermazione, che è evidente per le persone sposate, non lo è sempre per le persone consacrate. 

            Permettetemi di concludere con un briciolo di umorismo. Per vivere castamente nel celibato e nella  verginità consacrati dobbiamo imparare a ridere, il sorriso distende l’umore e dissipa le nubi. Il senso dell’humour ci insegna anche che il Dio dell’esperienza mistica è Dio e non è Dio. È Dio perché egli si comunica a noi per primo, non è Dio perché Egli è mistero insondabile. Solo così il nostro desiderio si aprirà a un volo infinito ed eterno, insaziabilmente saziato. Senza lsasciare da parte il sorriso, concludiamo davvero, ora, con una preghiera. 

O verità, patria degli esuli , fine dell’esilio! Ti vedo, ma trattenuto dalla carne, non mi si lascia entrare; ma neanche sono degno di esseri ammesso, macchiato come sono di peccati. O Sapienza che ti estendi da un confine all’altro con forza nel creare e conservare le cose, e tutto disponi con dolcezza,  nel suscitare e ordinare gli affetti! Dirigi i nostri atti come lo richiede la nostra temporale necessità, e ordina i nostri affetti come lo richiede la tua eterna verità, perché ognuno di noi possa gloriarsi in te  e dire: Ha ordinato in me la carità. Tu sei infatti la Potenza di Dio e la Sapienza di Dio, o Cristo nostro Signore, Sposo della Chiesa e Signore nostro, Dio benedetto nei secoli. Amen.  (S. Bernardo, SC 50,8).

 

Bernardo Olivera

Abate Generale OCSO


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